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venerdì 8 novembre 2013

IL PRINCIPIO DEL DOLORE - Adam Haslett


Titolo: Il principio del dolore
Autore: Adam Haslett
Editore: Einaudi
Pagine: 222


Era nello scaffale della piccola biblioteca, incastrato tra i romanzi di Stephen King e quelli di Tom Clancy, Non so perché, ma ho subito pensato che fosse un libro diverso, finito lì, in quel ripiano, per errore. E spiccava. L'ho preso e la sua copertina quasi sfumata e il titolo mi hanno, immediatamente, indotto a prenderlo. Così, a pelle, sentivo che poteva essere un libro "giusto". A lettura ultimata, non posso che confermare quelle sensazioni da quinto senso e mezzo dylandoghiane che, solo ogni tanto, portano nella giusta direzione. A seguire, di conseguenza, il mio incanto di fronte a una scrittura ammaliante e pulita.
Fratello e sorella, ormai avanti con gli anni, apparecchiano elegantemente la tavola per l’arrivo di un ospite atteso da anni. Il tempo non ha affievolito quell’attesa che pare destinata a perpetuarsi in eterno. Altrove, in una casa lontana dal mondo, un medico ascolta la storia di una donna la cui mano è stata privata di quattro dita. Un ragazzo, ormai orfano, ansiosamente attende il suo amante e carnefice tra quelle quattro mura che non permettono più di distinguere l’amore dalla violenza...Nell'anno 2004 esce Il principio del dolore opera prima, finalista al Premio Pulitzer, dell’allora trentenne Adam Haslett che, in qualche modo, segnerà la sua fortuna letteraria.
L’opera consta di nove racconti. Storie di vuoti esistenziali, di attese, di dolore quel dolore a cui è negata ogni possibilità di cura. Perché è vero che a tutto c’è un rimedio, ma non a quel dolore marchiato a fuoco su quelle anime incolpevoli, impotenti, fragili e prive di appigli. Con uno stile asciutto, privo di fronzoli o superflue edulcorazioni, Haslett scandaglia, con estrema abilità, l’animo umano affrontando temi forti e soffermandosi, in particolare, sulla malattia mentale: gabbia per chi ne è affetto ma, spesso e soprattutto, per coloro che stanno vicini, figli o genitori che siano, a chi ne è portatore. E in quel covo d’amore prolifera l’incapacità di mutare le cose, di migliorarle, perché quel covo d’amore, quasi paradossalmente, diviene fonte di altro dolore che si trascina in spirali sempre più ampie e proiettate all’infinito. Una lettura che lascia un sapore decisamente acre poiché il peggio che il lettore si aspetta, pagina dopo pagina, sarà sempre superato da un peggio che andrà sempre al di là di ogni previsione già di per sé non rosea. Perché nessun limite è posto alla cattiveria della vita. O voi che leggete, abbandonate ogni speranza, la vita è cruda, dura, irta di ostacoli ma soprattutto è crudele. Ed è crudele a caso, sia con i buoni sia con i malvagi. Non basta e non serve pregare, non basta e non serve sperare.
E se, tendenzialmente, in ogni storia crudele c’è almeno un piccolo, piccolissimo, embrione di salvezza, almeno un abbozzo di felicità, un piccolo frammento di speranza, be’ non è sicuramente questo il caso.
E se in ogni storia che tratta di dolore c’è quasi sempre, velato o spudoratamente palese, un po’ di patetismo be’ non è, ancora una volta , questo il caso. Haslett, con le sue parole, lo sveste quel dolore per mostrarcelo nella sua più vera nudità.