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domenica 30 luglio 2017

LE DESTINAZIONI DEL CIELO - Giampaolo Cassitta

Una, nessuna, centomila verità

Titolo: Le destinazioni del cielo
Autore: Giampaolo Cassitta
Editore: Arkadia
Anno: 2014
Pagine: 176
Genere: Romanzo giallo

Anno 1985. Claudio Marceddu ha vinto il concorso per uditore giudiziario e dovrà espletare un periodo di prova presso il Tribunale di Sassari, così dice il telegramma che ha appena ricevuto. Il primo incarico non si fa attendere, appena arrivato il Procuratore Generale, Gianuario Perra Tassicai, gli consegna una lettera indirizzata al maresciallo. Dovrà indagare su un omicidio avvenuto nel lontano 1946 nelle campagne di Gosilì, un paesino di poche anime nel quale dovrà recarsi. E mentre si chiede il perché di quell’incarico il Procuratore Generale gli ricorda come non sia possibile amministrare la giustizia se prima non si conosce la storia, la gente e i suoni delle cose. In fondo, tutto è importante. E così Marceddu partirà per quel piccolo paesino per far luce sul caso…

Le destinazioni del cielo è il romanzo della verità e della sua infinita ricerca che dimostra come, spesso, non possa esistere una sola verità, ma tante sfumature della stessa. La storia si svolge a tappe e, per ogni tappa raggiunta, è lecito porre in discussione i risultati raggiunti precedentemente che parevano incontrovertibili. C’è chi, rinunciando alla giustizia, brama ardentemente solo la verità, chi cerca, invece, di nasconderla senza sapere che ciò che cerca di nascondere non è una verità assoluta e chi, infine, per anni la conosceva, ma non l’ha mai rivelata. Tutte quelle singole e discrepanti verità si scontreranno con l’ultima grande verità inaspettata e imprevedibile.  Cassitta mescola continuamente le carte, i ruoli, fa crollare le certezze a conferma del fatto che non esiste nulla di stabile a cui aggrapparsi. Son tutti colpevoli o tutti innocenti? Con uno stile fluido Le destinazioni del cielo ci dà una storia avvincente e misteriosa tra i paesaggi e i cieli della Sardegna di ieri e di oggi che, intatti, conservano il loro fascino.


lunedì 8 maggio 2017

PENTAMERONE BARBARICINO - Gianfranco Cambosu

Attese

Titolo:  Pentamerone barbaricino
Autore: Gianfranco Cambosu
Anno: 2009
Editore: Fratelli Frilli
Pagine: 307
Genere: Romanzo noir

Siamo in Sardegna e un gruppo di amici, amici più per necessità che per scelta, tenta di attuare una rapina ai danni di una banca. È il colpo della loro vita.
Con la descrizione di un piano dettagliato inizia tra le montagne barbaricine, in una fredda giornata nevosa, il Pentamerone barbaricino, titolo che porta, inevitabilmente, a ricordare le novelle del Decamerone di Boccaccio; con la differenza che, nel nostro romanzo, i narratori si riuniscono non per sfuggire alla peste, o forse sì. Tutto dipende da che concetto di peste si assume. Tutto è relativo.
Una rapina che non va come previsto, qualcosa in quel meccanismo ben ideato si inceppa, sopravvivono due rapinatori soltanto : Tinteri, il “buono”, e Cadena, il “cattivo” i quali, causa l’evolversi degli eventi, sono costretti a rimanere reclusi in banca con due ostaggi. Attendono che la situazione muti, attendono come sempre hanno fatto nella loro vita, ma alla fine nulla cambia o il cambiamento è diverso da quello che avevano previsto. Come sempre.
Trascorrono alcune notti all’interno di quella gelida banca nelle quali le riserve di gasolio stanno per terminare e si sente nell’aria il presagio di un gelo ancora più freddo della neve che cade silenziosa dal cielo della Barbagia.
Nell’attesa di una macchina che li conduca lontano, nell’attesa, comunque, di qualcosa iniziano a raccontare storie, brevi “favole” nelle quali il lieto fine è solo una chimera.
Ogni racconto, che si sviluppa nell’arco dei giorni della reclusione, non è altro che un estratto delle loro misere esistenze.
In questo raccontarsi emergono temi che hanno colorato le loro vite: la vita dell’ostaggio è stata dipinta con i colori del satanismo, quella di Tinteri dai colori opachi della faida e quella di Cadena dalle forti tinte della violenza.
Emergono dalla penna di Cambosu, delicata, quasi silenziosa ma efficace, argomenti difficili quali quello della faida dai quale affiora la figura della donna-madre sarda, dura e ferma come il suo sguardo. Una donna che non parla, ma sa, prevede, comprende e ordina con il solo ausilio del suo dignitoso silenzio maturato in un giaciglio di dolore, di tragedie e di continui lutti destinati a perpetuarsi all’infinito. Catene che sembrano destinate a non spezzarsi mai.
Emerge anche una sorta di fatalismo, quasi l’impossibilità per i protagonisti di allontanarsi troppo dal loro mondo, un passo oltre il confine disegnato da quello strano destino li riporta come una calamita verso ciò che sono sempre stati, verso il loro mondo originario. E non manca la voglia di riscatto, non mancano i tentativi di evasione, non mancano i sogni.
Umani, fin troppo umani con il fardello delle loro paure, del loro passato, del loro dolore che non è individuale, ma è familiare, un dolore di stirpe.
Tinteri e Cadena, sino alla fine, sperano, con tenace ottimismo, di uscire dalla banca con le tasche piene di denaro nonostante abbiano la percezione che qualcosa, fuori dalle porte scorrevoli della banca, non stia andando come dovrebbe.
Perché è chiaro che là fuori ci sia qualcosa di anomalo e di inspiegabile razionalmente, una fitta nebbia di mistero che si chiarirà, in modo peraltro surreale, solo al termine del romanzo.
Lo stile di Cambosu è molto lineare. È ripetuto l’uso di termini sardi che non appesantiscono la lettura, anzi hanno l’effetto di regalare al lettore, anche al lettore non sardo, qualcosa in più; quei termini in corsivo, non ostacolano il percorso di lettura proprio perché con essi lo scrittore ci dà delle tenui sfumature che abbelliscono e rendono vive le immagini.




giovedì 30 marzo 2017

CARTA FORBICE SASSO - Giulio Neri

Decadenze
Titolo: Carta forbice sasso
Autore: Giulio Neri
Editore: Asterios
Anno: 2016
Pagine: 142
Genere: Romanzo

Tangeri, anno 2112. “Tutte le città muoiono” così inizia la lettera di Egidio Sant Just, nato in una città morente, nella quale dichiara di essere venuto in possesso, nella sua gioventù, di una mole di pubblicazioni, diari e corrispondenza privata che, con le opportune ricerche storiografiche costituirà il libro di memorie, senza raccordo. Lo stesso racconta, attraverso le voci dei protagonisti, trent’anni di vita in una Cagliari agonizzante che ha perduto il suo ruolo di centralità. Partendo dall’anno 2037 si intrecciano le vicende dei vari personaggi e il ruolo centrale è occupato da una Onlus –I serafini di San Lucifero – fondata da Lucrezia Melecrinis, una santa, si dice. Ma lo è davvero una santa? Attorno a lei, il marito, un erotomane, il vecchio amante, Elia Farigu, con il  quale ebbe una relazione quando lui era un suo studente perché, come dirà Elia, all’epoca lei “doveva aver incontrato troppi uomini dalle rose facili e si inteneriva per i germogli” e lui lo era, un germoglio. E, ancora, il pugile Cappai e la bellissima Marta Sant Just, madre, appunto di Egidio…

“Carta, forbice, sasso.”
Mi avvicino. “La morra cinese?”
“Sì.”
“Perché?”
Si scosta appena. “Una metafora, credo…La carta avvolge il sasso, ma è tagliata dalle forbici…”
“Che il sasso può spezzare. Nessuno può dirsi certo della vittoria.”
Ora sorride. “Ma nemmeno della sconfitta.” (Pag.142)

Un’opera fuori dagli schemi quella nata dalla penna dell’antiquario cagliaritano Giulio Neri che, prima della pubblicazione con Asterios, aveva concorso al XXIX Premio Calvino. 
In un’ambientazione futura, in una città spopolata, “Cagliari vive di palpiti isolati, si accende per spegnersi nel giro di pochi minuti”, che si avvia al tramonto, si intrecciano le storie, frammentate, dei protagonisti. Un coro di voci si muove per tutto il libro, Marta, Lucrezia, Elia e tanti altri. E la decadenza della città pare riflettersi sulle vite di personaggi che suscitano, indubbiamente, poca empatia privi, come sono, di provare qualcosa che si avvicini a un sentimento puro o, almeno, sano.

“A condannarci non sono mai le certezze, ma i sospetti. Dunque aspetto che la storia si compia. Come al solito, senza capirla sino in fondo.”
(Pag. 108)

Su tutto paiono dominare i colori foschi degli intrighi, dei giochetti politici, delle ipocrisie che ne fanno un’opera amara, governata da un pessimismo di fondo. Perché in quella città che “nientifica” pare vi sia poco spazio per qualcosa di buono. Questo è l’uomo, questa è la Storia del futuro, questa è la Storia di sempre. Guerre, dolore, intrighi, sospetti.
Una lettura originale, sia per la struttura, sia per il linguaggio, a tratti aulico, forse non un romanzo nel senso canonico del termine, ma ben venga l’atipicità.


venerdì 13 maggio 2016

VERITÀ PROCESSUALE - Paolo Pinna Parpaglia



 "Veritas filia temporis...forse"

Titolo: Verità processuale
Autore: Paolo Pinna Parpaglia
Editore: La Zattera Edizioni
Anno: 2015
Pagine: 372
Genere: Legal thriller

Ognuno ha le proprie fisse. Per esempio, io ne ho tante. Tra queste, quella di acquistare il primo volume di un fumetto appena uscito e, poi, decidere se acquistare o meno gli altri e, con essa, quella di conoscere le nuove case editrici con l’acquisto dei loro libri. Così è successo, appunto, per questo libro: appena ho saputo che era nata (o meglio, rinata) la Zattera Edizioni mi sono precipitata in libreria a conoscere Verità processuale.

Quirico D’Escard è un avvocato civilista, preparato, amante della sua professione che, comunque, attende il salto di qualità. Cosa non certo facile in quel di Cagliari dove, a detta di Matteo suo collega, non conta essere un buon avvocato quanto piuttosto “essere un avvocato conosciuto, carismatico, uno che qualsiasi cosa dici, anche la peggio cazzata, vieni ascoltato, se poi la causa la perdi, vaffanculo. Puoi conoscere il codice a memoria ma sarai sempre considerato inferiore a quello che conosce due articoli ma se li vende bene. Questo è il mondo dell’apparire non dell’essere e, in questo buco di città, è più che mai così.”  E mentre Quirico, nel balcone della casa dei suoi genitori (già, lui non ce l’ha una casa sua) riflette sul suo approccio alla professione e al famoso salto di qualità riceve una telafonata. È il suo amico Gabriele che lo invita a guardare il telegiornale per la notizia del giorno: il professor Enrico La Torre è stato arrestato per l’omicidio di una sua studentessa durante un gita scolastico. Enrico,  il suo amico,, un assassino? Impossibile. Un tipo strano, eccentrico, forse con qualche problema caratteriale, ma non certo un violento. Quirico non può crederci. Pochi giorni dopo riceve un telegramma dalla Casa Circondariale di Buoncammino: Enrico La Torre lo nomina suo difensore. Lui, suo amico. Lui, avvocato civilista…

Primo romanzo pubblicato dalla casa editrice cagliaritana La Zattera di Alessandro Cocco, Verità processuale è un legal thriller ben congegnato che, al di là dell’intreccio rappresentato dalla triade omicido-accusa-difesa, ruota sia intorno a temi molto vicini a chi svolge la professione di avvocato sia intorno a temi di valenza universale. 
Il mondo lavorativo di Quirico risulta dominato da necessarie apparenze che, talora, paiono scontrarsi con i dubbi, le paure e il senso di inadeguatezza che un avvocato deve affrontare in un micromondo (che, spesso, crede di essere un macro-mondo se non l’unico mondo possibile)  difficile e complesso. Quirico è inesperto forse, ma preparato, e, indubbiamente, genuino e si trova, all’improvviso, a dover difendere un amico e questo fatto – l’amicizia -  cambia le dinamiche e le prospettive come se non bastasse, a ciò si aggiunge il fatto che egli ha una fede incrollabile sull’innocenza dell’amico.
Il tessuto narrativo ruota intorno all’amato, perseguito, ma al tempo stesso misterioso concetto di verità. Già, la famosa verità: concetto non spesso univoco, suscettibile di labirintiche biforcazioni perché, se in qualche modo, è vero che la verità processuale può essere unica è altrettanto vero che la verità, in sé, può essere molteplice e frammentaria.
Una lettura scorrevole, trascinante e appassionate che tiene incollati alle pagine sia per l’quo bilanciamento di passione, forza emotiva e leggerezza, ma anche per la buona caratterizzazione dei personaggi che, per le loro fragilità, i loro dubbi e i loro pregi e difetti, sentiamo comunque vicini, “conosciuti”.
Buona lettura!

lunedì 25 aprile 2016

IL CLUB DEGLI INTELLIGENTI - Ivo Murgia

"E fango è il mondo"
Titolo: Il club degli intelligenti
Autore: Ivo Murgia
Editore: Cenacolo di Ares
Pagine: 182
Anno: 2015
Genere: Romanzo 
  
Io mi immaginavo un Socrates con un fisico scolpito.Io mi immaginavo un Socrates bello come la luna, invece mi son ritrovata un gigolò decisamente diverso.

Pero simpatico, eh. Un romanzo divertente tutto basato sulla dicotomia sesso e filosofia, ma non solo. Pubblicato da Cenacolo di Ares nella Collana “Gli indipendenti” diretta da Igor Lampis la quale si pone l’obiettivo, come si legge nella prefazione di pubblicare “libri sicuramente diversi, che non sono scritti per altro scopo se non quello di raccontare un punto di vista puro e non distorto da altri interessi, come ad esempio quello economico” e questo è già un buon punto di partenza. Ma, eccovi Socrates.

Tra le vie di Cagliari incontriamo lui, Socrates. Ma come il calciatore brasiliano? Ma no! Come il filosofo ateniese, chiaro. Già, Il nostro Socrates, in quel di Cagliari, elabora una teoria filosofica rivoluzionaria: la teoria della mediocrità. Proprio così: il mondo è ingiusto perché governato dai mediocri che continuano a moltiplicarsi e a spalleggiarsi a vicenda. È in ciò che risiede l’ingiustizia del mondo. Interessante e apocalittica teoria che anche se non fornisce una soluzione, almeno dà una spiegazione e questo non è poco! Il suo lavoro non ha ancora ottenuto un riconoscimento dalla comunità filosofica internazionale e, in ogni caso, per tornare su argomenti più terreni, (il filosofo mi scuserà) anche i filosofi devono mangiare ragion per cui quello del filosofo è diventato per Socrates il suo secondo mestiere. Non a caso egli ha anche un altro mestiere, il primo. Fa il gigolò alla faccia della sua incipiente calvizie e del suo sovrappeso. E si impegna a far contente le varie Simoana, Genni, Sindi che richiedono i suoi favori. Donne annoiate, borghesi e non solo, milf con odore di ospizio, masochiste, sadiche: di tutto un po’. Certo poi c’è stato anche quel massaggio prostatico che proprio un bel ricordo non è stato. Poi c’è anche lei, il suo amore: Antonia. Ah! Quanto ci credeva in quella storia. Ma lei deciderà di lasciarlo e lo lascerà a fare i conti con il mostro della solitudine che, per lui, significa solo noia. E non dimentichiamo anche gli incidenti sul lavoro: la “rottura della tonaca albuginea dei corpi cavernosi”. Cioè quando, nel senso vero del termine, si era rotto il cazzo…

Il club degli intelligenti raccoglie tre lunghi racconti redatti nel corso degli ultimi anni dall’autore sardo, il cui filo conduttore sono le avventure porno-erotico-sentimentali nonché filosofiche di Socrates. Una lunga serie di peripezie tragicomiche, al limite del grottesco, nel quale il nostro eroe si troverà coinvolto, tutte narrate con una abbondante dose di ironia. Ma oltre l’aspetto leggero e comico è facile individuare delle note malinconiche e talora amare nascenti da riflessioni profonde sullo stato dell’umanità dominata, appunto, dalla mediocrità, dalla necessità – che si fa quasi bisogno – di seguire le mode del momento. 

“Così andava il mondo e il mondo faceva schifo, la vita era ingiusta ed era perfettamente inutile cercare una logica dove non ce ne poteva essere. Arrivederci e grazie.” Pag. 139


Brutto posto, il mondo pare dire il filoso-gigolò in slanci di leopardiana memoria che, tra un letto e l’altro, medita sulla solitudine dell’uomo quella solitudine che, erroneamente, viene scambiata, tanto per indorare la pillola, con la libertà cui si accompagnano considerazioni sulla realtà cagliaritana e sarda in generale e sul fatto che, spesso, non si conosca la propria storia, le proprie origini. Divertente senza essere frivolo, leggero e profondo allo stesso tempo, il romanzo è un’ottima occasione per trascorrere alcune ore di piacevole lettura e solidarizzare con Socrates il quale, un po’ come tutti noi, “fa quel che può” in un mondo dominato da ingiustizie dove i meriti e le capacità individuali contano sempre poco. Illuminante, a tal proposito, la figura del giovane precario plurititolato che trascorre le sue giornate a fare fotocopie.


“Non c’era da meravigliarsi, le cose non funzionavano perché il mondo era pieno di gente che non faceva un tubo per il semplice motivo che non sapeva fare un tubo, tutto qui. Lo sapeva bene e da tempo. Chi era in grado di fare qualcosa, veniva utilizzato per fare fotocopie e scaricare mail con allegati ad assessori impossibilitati e strapagati, il tutto per una miseria al limite dell’offensivo.” (Pag.25)


Triste, certo, ma anche tremendamente vero. Non passa inosservato lo stile brillante, scorrevole e lineare dell’opera che inserisce, nella trama, termini inglesi tutti rigorosamente riportati nel rispetto della fonetica italiana che raggiungono l’effetto di ampliare la comicità delle vicende tra Cagliari e interland, tra una milf mancata e una lediboi.

martedì 29 marzo 2016

IL BALLO CON LE JANAS - Tonino Oppes

Il ballo con le janas
Fermiamoci e balliamo
 
Titolo: Il ballo con le janas
Autore: Tonino Oppes
Editore: Domusdejanas
Pagine: 126
Genere: Racconti


La danza di Liliana Cano è la bellissima immagine impressa nella copertina di questo prezioso libro che ho letto con immenso piacere sia per la profonda stima che nutro per l'autore, sia per la capacità dello stesso di farmi recuperare, ogni volta, piccole storie della mia infanzia che pensavo sepolte: e invece no, le vecchie storie rimangono e se ne possono recuperare tutti i suoni e tutti i profumi.

Conosciamo Antine nel giorno della festa grande del paese che, quasi magicamente, viene travolto da una forza sconosciuta e misteriosa e si ritrova a ballare una danza primordiale. È come se le stelle del cielo lo guidassero in quel ballo. Ma chi l'ha trasportato in quei passi che non sembravano umani? Sono le janas che hanno scelto lui per una missione importante. Sarà la Jana Tidora a svegliarlo, qualche giorno dopo, per spiegargli come lei e le sue sorelle sono tornate. Loro, le eredi delle fate di Monte Oe le stesse che custodivano il più grande tesoro della zona. Sì, proprio così: quelle magiche creature sono di nuovo tra gli umani. E son tornate, pur credendosi per tanto tempo immortali, perché dirà Tidora, "abbiamo paura di morire". La memoria del giovane torna indietro nel tempo, approdando alla sua felice infanzia e all'immagine del vecchio che, alternandosi con la moglie, raccontava a bimbi affascinati tante belle storie: ogni giorno una diversa...

Tonino Oppes, ancora una volta, torna in libreria con un'opera che si incentra su temi a lui molto cari: la memoria, il passato, l'esigenza di non far cadere in quel tritatutto che è l'oblio le vecchie leggende che contengono le nostre radici e che sono in grado di aprirci le porte a un futuro che non sia solo frutto di tecnologia, di fredda tecnologia. Ecco perché quelle delicate creature che son le Janas tornano: perché hanno timore di essere dimenticate e scelgono come loro interprete Antine che ha, ancora, il ricordo di storie dell'infanzia. Vecchie storie che si inseriscono nel tessuto narrativo per arrichirlo e restituire al lettore quella magia di chi si ha bisogno, spesso senza esserne pienamente consapevoli. E ciò per il semplice fatto che i racconti dell'infanzia hanno un potere benefico, quasi curativo e, soprattutto, regalano la capacità di sognare che noi "adulti" - per una visione ristretta o distorta di quella che dovrebbe essere la maturità- ci neghiamo del tutto o ce la limitiamo in nome di un presunto principio del "ci sono cose più importanti da fare."
È indubbio che ci sia un errore di fondo in tutto questo, così come è chiato che bisognerebbe armarsi di buona volontà o forse dedicarsi più tempo per scavare nei ricordi dei nostri nonni, dei nostri genitori, fare un viaggio intenso nei meandri dei nostri piccoli paesini per recuperare frammenti preziosi di racconti, di storie, di leggende. E ricominciare a parlare, a comunicare. E non dimenticare le parole di Tidora che, come un giudice impietoso, afferma 
"Comunicate con tutto il mondo, ma non con i nostri vicini e avete lasciato morire la comunità del racconto, quella che viveva se si creava l'incontro tra le generazioni."
Quanta verità in queste parole!
È proprio vero che manca la parola e, con essa, il sogno.
È vero che, piano piano, ci si dimentica di chi siamo stati e di chi siamo realmente.
Forse sarebbe opportuno fermarsi, smettere di correre (per andare dove, poi?) e ascoltare, col cuore, una storia che sia quella de Sa colora o quella di Rebeccu Rebecchei o le tantissime altre che, probabilmente, son dentro di noi, in qualche remoto angolo, e che abbiamo sotterrato in un oceanico affastellarsi di impegni, familiari, sociali o lavorativi.
Il ballo con le janas è un libro per l'anima che addolcisce predisponendo la mente a inevitabili e profonde riflessioni, che ci conduce in un tempo lontano - ma, forse, non ancora del tutto perduto - il tutto con uno stile lieve, lineare privo di orpelli che porta dritto al cuore lasciandoci la voglia di un ballo. Con le Janas.


martedì 10 novembre 2015

DANNATO CUORE - Pier Bruno Cosso


CHIARA COME LA NOTTE
Titolo: Dannato cuore
Autore: Pier Bruno Cosso
Editore: Parallelo45
Anno: 2015
Pagine: 200













Dannato cuore è il secondo romanzo, pubblicato dalla Casa Editrice Parallelo45, dello scrittore sassarese Pier Bruno Cosso. Un romanzo che si svolge nell’arco di una settimana affrontando varie tematiche: morte, dolore, amore, speranza e rinascita. Non manca nulla, insomma.

“In fondo la vita è fatta di mezzi minuti che ti possono rivoltare l’esistenza”

Cagliari. Chiara si trova nel cimitero di San Michele. Il suo è un appuntamento fisso. Lì, davanti alla lapide di sua sorella morta in un incidente. Silenzio, ricordi, pensieri. Dolore muto. Ma quel giorno qualcosa pare turbare quel momento. Nella lapide un fiore e un bigliettino “Grazie a te, se io sopravvivo. Un pensiero per sempre”. E non solo: la ragazza ha anche avuto la sensazione che qualcuno la stesse spiando. Chiara non sa chi possa spiarla, non sa da chi possano provenire quelle parole, non sa che da quel bigliettino scaturiranno una serie di eventi a catena che, con la forza di un uragano, avranno l’idoneità di trasformarla, di stravolgere la sua vita, di farla diventare diversa e farla uscire da quella gabbia di dolore che si è costruita giorno dopo giorno…

Chiara ci porta nel suo mondo dipinto dalle grigie tonalità del dolore per la perdita di sua sorella. Dolore, maligno mostro che se, spesso, unisce i superstiti in nome di una sorta di solidarietà luttuosa e che, in questo caso, divide, sfascia i rapporti familiari, crea incomprensioni, silenzi difficili da sopportare o parole che son come tizzoni ardenti che bruciano, lacerano in un continuo formarsi di cicatrici dell’anima impossibili da risanare. Perché la morte di una persona cara non lascia solo ferite, la morte improvvisa lascia in sospeso tante cose: difese, accuse, parole, silenzi. Quello di Chiara è, essenzialmente, un viaggio in senso soprattutto metaforico. La vita stessa, pare dire l’autore, è un viaggio: a volte lento, a volte veloce. Viaggio talora senza freni in ripide discese, talaltra con il freno a mano tirato: per paura, forse. E comunque si intraprenda il viaggio, per quanto sia accidentato o tortuoso esso riesce a portare alla consapevolezza di se stessi e dei desideri veri, quelli più intimi. Un inno all’essere in contrapposizione al dover essere che, spesso, la società ci impone. Quasi un invito a prendere la macchina, a trovare l'essenza del nostro essere smarrito in qualche paura, in qualche obbligo stabilito altrove per non essere più, o solo, ciò che gli altri hanno fatto di noi. Su tutto domina Cagliari, città bulimica, viva, grande e piccola allo stesso tempo con i suoi abitanti cosi fortunati per il privilegio di avere il mare a due passi e che spesso non riescono nemmeno a comprendere la grandezza di quel dono. Cagliari con i suoi palazzi antichi e suggestivi, con i suoi stretti vicoli, con quel caldo che riscalda i corpi, ma spesso non riscalda l’anima. Cagliari che vive e respira.  Emerge, nonostante il dolore e le vite strizzate in crudeli meccanismi, un ottimismo di fondo: siamo sempre troppo impegnati a rincorrere il tempo, spesso convinti che non sia mai abbastanza e  un’opprimente ansia ci comprime, ma il tempo è un concetto relativo. Basta sempre poco perché un’esistenza cambi, migliori, si trasformi. Una storia avvincente nella quale la protagonista, muovendosi per la Sardegna, nell’arco di pochi giorni, si trova catapultata in una realtà completamente diversa, perde i punti di riferimento peraltro già precari, e, dopo una serie di avventure degne di un film d’azione e- a tratti- anche romantico, si ritrova ad essere un’altra persona. D’altronde, nella vita tutto è possibile. Anche l’incredibile. Anche l’impossibile. Anche l’amore.

Altri libri di Pier Bruno Cosso:
Il giorno della tartaruga
 

martedì 27 gennaio 2015

FANTASMI A CAGLIARI. IL RITORNO DELLE ANIME - Pierluigi Serra

A VOLTE RITORNANO

Titolo:  Fantasmi a Cagliari
Autore: Pierluigi Serra
Anno: 2014
Editore: Libro Aperto International Publishing
Pagine: 204


Molti dei ricordi della mia infanzia trascorsi in un piccolo paese della Barbagia di Seulo sono legati a storie nelle quali il confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti era molto labile, facile da oltrepassare. Non era infatti cosa fuori dal comune, in quei vecchi racconti, che i morti, di tanto in tanto, varcassero l’oltretomba e andassero a cercare i loro cari per una visita-lampo, per semplicemente accomodarsi nella sedia della cucina a volte senza neanche proferire verbo o, anche, per annunciare qualche evento futuro. E io quelle anime non le ho mai immaginate come ectoplasmi, ma come esseri tangibili forse per la forza insita in quei racconti che conferiva loro una sorta di materialità quasi a voler rafforzare un fatto che doveva considerarsi vero. Col tempo son diventata scettica, tremendamente scettica ma pur sempre affascinata dalle storie di fantasmi almeno quelli letterari visto che, ormai nessuno mi racconta quelle belle storie provenienti da voci profonde. È naturale che un libro come “Fantasmi a Cagliari” abbia attratto la mia attenzione. In un solo titolo due cose che mi incantano: i fantasmi e Cagliari.



A detta di molti non sarebbe raro incontrare per le vie di Castello un corpo senza testa che alteramente passeggia trascinando in mano la propria testa. Così come può accadere che una vecchia edizione de L’uomo che ride di Hugo spostato dalla proprietaria ritorni, nel corso della notte, nella libreria dalla quale era stato rimosso. O, ancora, può succedere che in una casa situata in Piazza Martiri ripetutamente compariano a turbare la vita di due donne  is duennas, apparizioni notturne…



  Io non credo ai fantasmi e i fantasmi non esistono: era questo il pensiero che dominava la mia mente mentre mi accingevo a leggere questo bel libro. A fine lettura, invece quel pensiero si è come sbiadito perché soppiantato da un altro: il valore delle storie, il valore del passato, del ricordo, la necessità – spesso trascurata – di non far cadere nell’oblio voci lontane nel tempo. Già perché Pierluigi Serra in questa opera ha, con piglio quasi scientifico, svolto un’opera di conservazione di storie dal sapore antico delle quali è necessario conservare il profumo. Non si parla di fantasmi tout court si parla di una città al limite del magico, esoterica,  ed è di palmare evidenza come tutta l’opera sia stata il frutto di lunga e paziente ricerca e di una grande capacità di ascolto. Se a ciò si aggiunge l’abilità dello scrittore, e del giornalista quale egli è, nel mettere insieme quelle tante voci e mescolare, con maestria, eventi storici realmente accaduti con un mondo surreale ne vien fuori una lettura interessante nella quale la curiosità del lettore è tenuta sempre desta. E’ un libro scorrevole e ben curato e leggerlo è come fare una lunga passeggiata nel tempo e nello spazio, una meravigliosa passeggiata in una Cagliari misteriosa e fortemente intrisa di fascino caratterizzata da mille sfaccettature e da ombre che si intersecano, si sovrappongono, si confondono armoniosamente. Non è un caso che a fine lettura venga il desiderio di armarsi di un buon paio di scarpe sportive e fare una lunga camminata nei luoghi, nelle strade e nelle case richiamate nel libro per trovare, forse, qualcuna di quelle ombre nel cocente sole cittadino.