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martedì 19 luglio 2016

CARBONIA - Nanni Balestrini

Sodomie
Titolo: Carbonia. Eravamo tutti comunisti
Autore: Nanni Balestrini
Editore: Bompiani
Anno: 2013
Pagine: 83
Genere: Romanzo

Incalzante, martellante quasi, parole che si susseguono senza interruzioni,come canzone ben ritmata. Incazzato, blasfemo, amaro e fatalista: siamo tutti fottuti. 

Durante la guerra si arruola in Marina e la sua nave sarà colpita dall’aviazione angloamericana. Ferito, sarà condotto in ospedale. Dopo la fuga del re e degli ufficiali  anche lui tenta di fuggire attraverso le montagne, ma viene catturato dei tedeschi e condotto in un campo delle SS. Qui scopre di essere comunista. Scopre di odiare i fascisti e i tedeschi. Qualche tempo dopo si ritroverà a Livorno ad assistere alla reazione violenta del popolo per l’attentato di Togliatti. Torna in Sardegna e dopo un breve periodo nel suo paese si ritroverà a Carbonia a lavorare in miniera per scelta quasi obbligata: primo perché ha messo incinta la sua ragazza ed è opportuno sfuggire a un matrimonio riparatore e secondo perché nel suo paesino è pieno di fascisti travestiti da democristiani che lui, si sa, non sopporta. Perché lui è comunista e odia i fascisti anche se travestiti…

Nanni Balestrini, classe 1935, grande esponente del movimento di neovanguardia Gruppo 63 e autore del famosissimo romanzo politico Vogliamo tutto torna a parlarci con Carbonia dei deboli, degli ultimi e lo fa attraverso la voce del protagonista, un minatore, che urlando, bestemmiando e non abbandonando mai i suoi propositi di lotta dà voce a un’intera classe sociale. Con una prosa ridotta all’essenziale, con frasi taglienti e incisive, privo di pause - non è presente, nell’opera, alcun segno di interpunzione- Carbonia è un romanzo vero, crudo e forte nel quale il punto forte è, senza dubbio, l’originalità dello stile. Un racconto di lotte, di soprusi subiti, di scioperi, di sofferenze dominato da una sorta  di amarezza di fondo quasi a voler dimostrare come nonostante la guerra, nonostante la liberazione, - qualunque essa sia - rimarrà sempre l’inestirpabile e eterna dicotomia tra sfruttati e sfruttatori “…e così noi ce la pigliamo sempre nel culo”. Amen.


martedì 15 luglio 2014

Il vincitore è (un) bolo. Indigesto

Titolo: Il vincitore è solo
Autore: Paulo Coelho
Editore: Bompiani
Anno: 2009
Pagine: 448
Traduttore: Rita Desti








Ho iniziato con il piede sbagliato, lo riconosco e, ora, con il piede giusto mi ritrovo a sputare veleno verso questo romanzo a causa di una serie ordinata di reazioni a catena. Tutto è cominciato quando una mia amica mi ha prestato questo libro. Potevo ancora salvarmi, ma ho fatto l'errore di aprirlo. L'errore successivo è stato quello di continuare la lettura in base ad un mio astruso principio privo di qualsivoglia fondamento logico-razionale: terminare la lettura di ciò che inizio. Sempre. 
Si, lo so! Potrei sgarrare e astenermi dal rispettare questa insana regola confidando nella mancanza di torture o punizioni corporali. Ma non sgarro e, imperterrita, continuo. C’è qualcosa di patologico in questa sorta di autoflagellazione che mi impongo con costanza forse per qualcosa che non ho portato a termine in una vita precedente o, forse,nel mio passato… Mah, chissà… Per farla breve: ho terminato questo libro per riporlo nella scrivania in attesa di restituirlo alla mia amica vincendo la tentazione, forte devo dire, di lanciarlo dal balcone.
Cercherò di essere buona e di individuare almeno un lato positivo in questa mia traumatica esperienza ricorrendo alla mie riserve, peraltro non abbondanti, di ottimismo. Si, credo che la cosa migliore sia il vivace colore della copertina.
Coelho ci narra le vicende di un potente imprenditore russo che, come ogni russo che si rispetti, si chiama Igor. Anche io ho un nome russo ma non sono russa, i miei genitori non son stati attenti a quei “fondamentali” dettagli che ad uno scrittore preciso e attento, invece, non sfuggono (!).
Igor è bello, ricco, potente, insomma uno di quegli uomini che, come da copione potrebbe
 avere tutto ma così non è. C’è una grossa falla nella sua vita, una mancanza che gli toglie il respiro e questa mancanza si chiama Ewa. La sua ex fidanzata che lo ha lasciato e si è innamorata (si fa per dire) di uno stilista arabo che sarebbe rimasto solo un semplice arabo con la passione per i rammendi dei burqa se non avesse conosciuto un famoso sceicco. Quest’ultimo, per una serie di coincidenze, gli permette di studiare e di farlo entrare nel fatato mondo dell’alta moda europea. Le vie della Provvidenza divina sono infinite e assumono varie forme. È anche vero, ed è cosa risaputa, che le conoscenze e le giuste raccomandazioni sono utili. E Igor di fronte al desiderio della sua ex compagna di ricostruirsi una vita nella quale non è contemplata la sua presenza, lancia al cielo il suo possente NIET che, nella sua folle ossessione, lo porterà a distruggere altri mondi. Mondi intesi come persone la cui morte costituirà per Igor il modo di lanciare alla sua Ewa dei messaggi. In fondo Ewa è distratta, se cosi possiamo dire, sciocca femmina che non capisce come il suo rapporto con il russo faccia parte di un progetto stilato dall’ingegnere che sta in alto, che tutto vede e tutto ordina e nessuno può permettersi di disattenderlo. È Dio che, come ripetutamente afferma Igor, ha voluto quella unione: volontà del capo supremo e non si discute.
Tale ossessione amorosa colorata di pedanti richiami al divino porterà al fiorire di cadaveri eccellenti e meno eccellenti. In particolare, le tecniche di eliminazione apprestate da Igor non determineranno lo spargimento di grosse quantità di sangue poiché egli è un perfetto igienista e fa largo uso, senza mai lordare né il futuro cadavere né il luogo del delitto, di pratiche omicide avanzate e inusuali. Insomma, un amante della pulizia in tutti i sensi. E questo amore per la pulizia e per la bellezza delle sue vittime (che più che morte paiono addormentate) è perfettamente in linea con l’ambientazione del romanzo: Cannes. Luogo di apparenza, di bellezze, di perfezione ad ogni costo. Di immagine.Ovviamente l’attenzione dello scrittore- dotato di sensibilità fuori dal comune (!)- non poteva non soffermarsi su quel mondo ovattato, superficiale, ricco di pseudo-sentimenti effimeri come le unghie ricostruite, di diete, di conteggio maniacaldelle calorie, di extension, di sogni di gloria. Ed è proprio nella descrizione di questo mondo che mi è parso di individuare quasi una critica forzata, un tentativo affannoso di scardinare, eticamente, quel mondo ma di farlo per ottenere un riconoscimento. Insomma, non vorrei insinuare (ma anche si) ma ho avuto la fastidiosa sensazione che Coelho fustigatore dei costumi abbia navigato (a bordo di insicura zattera, mi pare) un terreno fertile al precipuo scopo di far emergere i suoi “puri” e tanto decantati principi religiosi, il suo esacerbato spiritualismo per lanciare un messaggio : “sto dalla parte dei buoni non sono uno di Cannes, IO!”
Un romanzo pesante, ripetitivo. I racconti che hanno ad oggetto le esperienze di vita delle modelle paiono strapparti da una delle tante riviste patinate sempre uguali a sé stesse. Niente di originale. Prolisso allo sfinimento, pareva che ogni periodo fosse stato allungato a mo’ di elastico per consentire alle parole di espandersi confusamente tra le pagine bianche e protrarre l’attesa di quel finale a sorpresa che non ha, di fatto,sorpreso nessuno. Dimenticando che le troppe parole annoiano e che gli elastici, per quanto resistenti, si spezzano. 
Una caterva di cose trite e ritrite e ritrite ancora seppur infarcite, artatamente, dai consueti richiami al suo dio, all’amore universale, alla perenne dicotomia spirito-corpo. Ogni tanto, qualche pillola di saggezza incapace di attrarre in quanto frutto di un cattivo miscuglio degli ingrediente e dall’abbondanza di toni fastidiosamente patetici.Domanda d’obbligo: La bruttezza è sempre soggettiva?
Grazie (si fa per dire) amica Chiara

giovedì 21 novembre 2013

L'INQUILINO DEL TERZO PIANO - Roland Topor

LA MALERBA DEL VICINO

Titolo: L'inquilino del terzo piano
Autore: Roland Topor
Editore: Bompiani
Pagine: 159

Partiamo dalle origini. È necessario chiarire come non ci si trovi di fronte alle solite beghe condominiali per infiltrazioni provenienti dal lastrico solare o alla pressante questione dell’esatta determinazione dei millesimi “all’uopo necessaria per la ripartizione delle spese per il cancello condominiale” come si legge nei tanto detestati verbali d’assemblea. Niente di tutto questo.
Il titolo dell’opera, in originale, è “Le locataire Chimérique” divenuto, in italiano, prima “L’inquilino stregato” e, infine, l’anonimo quanto insipido, “L’inquilino del terzo piano” . Insomma, i soliti limiti delle traduzioni. Andiamo oltre, oggi non sono in vena di polemiche.
Continuo, pertanto, per parlarvi di questo bellissimo romanzo. Un romanzo un po’ stregato, un po’ surreale, un po’ angosciante che mi ha dato quasi l’illusione di precipitare all’interno di un’agghiacciante spirale. E, in qualche modo, vi ho trovato le atmosfere di altri autori da me amati, come Kafka e, soprattutto, Buzzati.
Un romanzo quasi onirico, nel quale nulla è scontato, dove tutto può essere perfettamente reale o perfettamente allucinato o visionario. Una carrellata di Immagini che si riflettono, si distorcono e frantumano in una fittizia casa di specchi. Riflettendosi, si moltiplicano all’infinito fino a rendere ardua l’individuazione dell’immagine prima. Impossibile, anche ad un abile cercatore, reperirla in quell’ingorgo di riflessi.
Un libro che pare una pittura di Topor della quale possiede, indubbiamente, i colori. Ma anche uno specchio frantumato. Un libro costruito a “spire, O Voi Letterati e Critici passatemi il termine, che si restringono, lentamente, in arie cupe e surreali prive di una omologata ripartizione dei confini della lucidità e della follia. Lucidità e follia danzano sinuosamente in questo condominio tetro, sfumato e incongruo come i sogni stessi.
Il protagonista è un normale impiegato, Trelkovsky.
Sfrattato, su consiglio di un amico trova un nuovo appartamento precedentemente affittato alla misteriosa Simonetta Choule la quale, nel momento in cui lui conclude il contratto d’affitto, si trova in fin di vita all’ospedale per un tentativo di suicidio. A quanto pare, Simonetta si è lanciata nel vuoto dalla finestra della sua casa. Quella stessa finestra alla quale il nostro Trelkovsky si affaccerà spesso.
Per Trelkovsky, inizialmente, quell’appartamento appare come un segno divino. E’ ancora ignaro del fatto che dio non sia cosi buono e generoso. Dio o chi per lui.
Il protagonista, persona discreta ed educata, vivrà circondato da vicini che lo accuseranno, spesso e volentieri, di fare troppo baccano. Questi onnipresenti condomini, più simili a ombre che a uomini, diverranno la sua ossessione. Egli farà di tutto per evitare le loro lamentele: rinuncerà alle visite degli amici, alle visite delle donne fino a rinunciare alla sua vita, alla sua identità. Identità che nel corso degli eventi, mai troppo chiari, subisce delle lente trasformazioni. Flemmatiche e impercettibili, paragonabili allo stillicidio del rubinetto che, nelle sue tetre fantasticherie, Trelkovsky sente all’interno del suo appartamento (o forse no?).
E nel momento in cui i ladri si introducono nel suo appartamento ripulendoglielo, capisce. L’illuminazione! Lui è al centro di un complotto, illogico sembrerebbe, ordito dai suo vicini. Dalle riflessioni contorte e toccanti di Trelkovsky emerge come Simonetta Choule non si sia suicidata, ma sia stata indotta a farlo dagli inquilini i quali vorrebbero ripetere l’esperienza con lui. Così pare, ma ciò che sembra non sempre è ciò che è reale. Ciò che è sicuro è che il protagonista sarà assorbito in un tragico gorgo nel quale non vi sono vie d’uscita, né principali, né d’emergenza. Fino all’epilogo che, in qualche modo, chiarirà l’enigma, ma non lo farà in modo netto. Rimarranno dubbi e domande irrisolte.
La domanda fondamentale è: chi è davvero Trelkovsky? E’ uno o duplice? Se è uno, è folle, visionario soggetto ad allucinazioni o sono, invece, i vicini che, con magistrale sadismo, lo conducono in quel baratro? O,invece, egli è l’emblema della frammentazione dell’io? Egli rappresenta, contemporaneamente, ciò che concretamente è visibile e anche quella parte che si trova sempre al di là della normale percezione, ossia la parte sconosciuta di ognuno di noi? E’ l’inconscio che si libera da rigide catene e si vendica, crudelmente, di una lunga prigionia?Roland Topor (1938-1997) è un artista poliedrico dedicatosi alla scrittura, al disegno, alla scultura, al teatro e alla sceneggiatura. Ha collaborato a numerose riviste. E’ il fondatore, con Jodoroswky e Arrabal del movimento surrealista cd. Panico che prende il nome dal dio Pan, appunto un dio senza forma che provoca il terrore e il riso. Topor ha scritto anche “Alice nel paese delle lettere” ed. Nuovi Equilibri, “I seni più belli del mondo” Feltrinelli.
Segnalo il film “L’inquilino del terzo piano” diretto da Roman Polansky tratto, appunto, al romanzo.
Dedico queste parole belle o brutte che siano, a chi si ostina a portare i rasta a 40 anni incurante di tutto, a chi combatte la medicina tradizionale e ti ammorba con le sue battaglie anti-cortisone, a chi non vuole essere eccentrico a tutti i costi semplicemente perché è nato eccentrico.

P.s. Ogni riferimento a C. Z. Jodorowskyano convinto, mio caro Amico squilibrato, è puramente NON casuale.