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giovedì 11 maggio 2017

LA MALERBA - Cesare Cuscianna

Nudo dolore

Titolo: La malerba
Autore: Cesare Cuscianna
Editore: Antigone
Anno: 2009
Pagine: 139
Genere: Romanzo


Lei ha avuto una madre fortemente disturbata che collezionava uomini e sogni che, puntualmente, si sono infranti. Ha avuto un padre quasi assente che non si poneva scrupoli ad approfittare di lei, piccola creatura innocente. Questa è stata la sua infanzia. Far da madre a sua madre e fuggire da suo padre. E con questo bagaglio di ferite mai curate inizia il suo ingresso nel mondo adulto, lei insetto perennemente imprigionato in una bolla d’ambra. Lei non è gli altri. Traccia i confini, netti e invalicabili, tra sé e il resto del mondo. Si nutre di un solo yogurt a fronte dei pranzi succulenti dei suoi colleghi. Vuole digiunare per sentirsi pura, per sparire. Anoressia quasi come vendetta. Per autopunirsi e punire. Solo cancellandosi potrà privare gli altri del gusto di osservarla, studiarla, esaminarla e, forse, capirla. Anche lei spera in un uomo. Un uomo che la possa salvare, ma che sia anche il suo aguzzino. Un giorno quell’uomo arriva. È Gurka. Più che il suo compagno, il suo gemello…

Romanzo di un autore emergente, finalista al premio Calvino. Un libro che è un continuo precipitare verso il basso, verso un baratro preannunciato. Cuscianna analizza con meticolosità psicoanalitica e con molta delicatezza il tema dell’anoressia, senza soffermarsi sugli aspetti esteriori di tale patologia,  ma attraverso un'analisi spietata dei meccanismi mentali della protagonista. È un libro che non lascia nessuna speranza. Un viaggio all’interno di un’anima lacerata da ferite già in cancrena. Pelle, cuore, anima, tutti squarciati e dai quali sgorga, incessantemente, un acre veleno. Olezzo di decomposizione. E in tutto questo nessuno spiraglio, nessuna luce di redenzione. Una vita segnata con l’indelebile inchiostro dei mali insanabili. Non si intravede alcun lieto fine. Non esiste lieto fine. Non ci sono i buoni. Son tutti cattivi. E cinicamente crudele è la protagonista, la sua vita, la vita. Parole che come scalpelli acuminati scalano erte montagne per non giungere mai a una vetta. Nessuna speranza. Nessuna salvezza. Una condanna eterna. Non c’è conforto. Non c’è amore, quello con la A maiuscola e neanche quello con la a minuscola. Non c’è posto per l’amore panacea di tutti i mali. Si dice che l’amore sia cura infallibile, “perché se c’è l’amore c'è tutto”. Ma se siamo incapaci di amare? Se l’amore è una debolezza che appartiene ai bisogni e alle illusioni dell’infanzia? Non ci si può permettere di amare. Perché si è destinati a rimanere piccoli insetti incarcerati. E non c’è possibilità di evasione. Non si può correre e scappare sentire il vento in  faccia e guardarsi indietro con soddisfazione, vedendo gli ostacoli ormai superati. No, non si può se quegli ostacoli sono a lato, dietro, davanti e dentro di noi, con noi, per noi. Un romanzo crudo, senza buonismi.  La descrizione di un dolore non abbigliato da vittimismi o antipatiche retoriche. Un dolore nudo. Rappresentato senza teatralità, con parole ritmate e delicatamente rispettose, senza che quelle sofferenze possano, anche solo potenzialmente, divenire squallidi fenomeni da talk-show televisivo. Niente lacrime in eccesso per parlare di quelle silenti pene che non hanno bisogno, per essere credibili, di trasposizioni cinematografiche e/o teatrali. Parole solo sussurrate la cui forza deriva da quell’abile scavo fatto da un geologo esperto.