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domenica 14 maggio 2017

LA MUSICA A TEREZÍN 1941-1945 - Joža Karas

Ossimori

Titolo: La musica a Terezín
Autore: Joža Karas
Editore: Il nuovo Melangolo
Anno: 2011
Pagine: 250
Genere: Saggio storia
Traduzione: Francesca R. Recchia Luciani, Raffaele Pellegrini

Cecoslovacchia. Narra la leggenda che Rip è il luogo nel quale il patriarca Cerch, con tribù al seguito, si insediò dopo lungo vagare. Rip è terra prospera, è un paradiso terrestre. E 13 secoli dopo, a poca distanza da quel leggendario paradiso, 140.000 persone innocenti precipiteranno negli abissi dell’inferno. La storia vuole che Terezín nasca nel 1780 quando Giuseppe II, al precipuo scopo di proteggere i suoi territori e preservarli da una temuta invasione germanica da nord, fece erigere, appunto, una città fortificata: la città di Teresa, Terezín, in onore di sua madre. 24 Novembre 1941: cambia la “destinazione d’uso” di Terezín e il primo convoglio di ebrei arriva. Ne seguiranno altri, tanti altri. Il bagaglio dei deportati è costituito da soli 50 kg di beni di prima necessità e dalla speranza, leggera come una piuma ma resistente come l’edera…


Joža Karas ci presenta un importante documento frutto di dieci anni quasi ininterrotti di lavoro, di ricerca di documenti e di testimonianze. Una perfetta ricostruzione di quel campo di concentramento che la propaganda nazista ha stato sempre definito, quasi con orgoglio, il “campo modello”. A prima vista, infatti, Terezín potrebbe sembrare  un’eccezione al sistema di sterminio messo in piedi dal nazismo. Ma è solo apparenza perché, di fatto, Terezín rientrava in un programma specifico della politica tedesca del tempo rispondente ad esigenze di carattere pratico. Era necessario fornire un quadro edulcorato di tale campo perché destinato, in un primo momento, a ebrei anziani ed ex combattenti della prima guerra mondiale che si erano distinti in campo tedesco e, in seguito, a ebrei importanti la cui scomparsa avrebbe destato un ingiustificabile scandalo internazionale. Pura strategia politica. Pertanto, per tali ebrei – prima facie privilegiati - Terezín non era altro che l’anticamera per l’inferno. Per Auschwitz.  E in tale tetra anticamera si assiste, nonostante tutto, alla nascita di una fervente vita culturale. Composizioni musicali, concerti, rappresentazioni teatrali. Il tutto a dispetto dell’aridità, del fetore di morte, della violenza. Perché la musica era necessaria per sopravvivere. Perché non era un hobby: era la vita. E Karas con estrema precisione, grazie ad alcuni passi indubbiamente commoventi oltre che grazie alle recensioni musicali e al materiale fotografico inserito, è riuscito a rappresentare dettagliatamente  quell’ossimoro vivente che è stato Terezín, a dimostrare, per dirlo con le parole di una splendida canzone di Fabrizio De André, che “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”.

venerdì 15 luglio 2016

CHIRÙ - Michela Murgia

"Affinità"
Titolo: Chirú
Autore: Michela Murgia
Editore: Einaudi
Anno: 2015
Pagine: 200
Genere: Romanzo


Mi incuriosiva molto leggere l’ultimo romanzo della Murgia soprattutto per le recensioni contrastanti lette in giro. Due i blocchi contrapposti: da un lato quelli che “manca una trama”, o anche “è un esercizio di stile”, dall'altro quelli che “è bellissimo”. Aggiungerei il terzo blocco: quelli –adorabili come l’eritema - che non hanno letto, non leggeranno il romanzo “ché tanto è brutto” Ma dove sta la verità? Non c’è una verità, chiaro. C’è però una storia, d’amore, di sentimenti certo. E c’è l’uso sapiente, scelto, delle parole che emerge in ogni riga. E poiché credo  che l’uso delle parole faccia la differenza in uno scrittore (ma guarda un po’!) io l’ho apprezzato.

"Chirù venne a me come vengono i legni alla spiaggia, levigato e ritorto, scarto superstite di una lunga deriva."
Sardegna, Cagliari. Eleonora, attrice di teatro affermata, ha trentotto anni quando incontra il diciottenne Chirú. Il giovane, quel giorno, è convinto, perché così qualcuno erroneamente gli ha fatto credere, di dover suonare il violino nel palco accanto a lei durante lo spettacolo. Eleonora gli spiega come preferisca recitare in silenzio. Al termine della rappresentazione quel giovane, vestito da adulto, con le braccia fin troppo lunghe e con appresso il suo violino, con il candore dei suoi anni chiede all’attrice se può seguirla a cena. Lei accetta. La loro non fu un’immediata affinità elettiva, lei semplicemente “lo riconobbe dall’odore delle cose marcite che gli veniva da dentro” forse perché quell’odore Eleonora lo  conosceva bene: era lo stesso suo. A tavola, tra altre persone che paiono quasi sfumate, i due conversano, ma lei vuole sapere esattamente cosa ci faccia lui con lei e Chirú, con sfrontatezza, afferma di volere che lei lo accompagni “anche se non sapeva dove andare” perché la donna conosce tante cose e lui vuole imparare, e tanto. Un allievo. Ancora? Sarebbe giusto? Sono passati ben otto anni dall’ultima volta che Eleonora ha preso con sé il suo terzo e ultimo allievo, o meglio quello che credeva fosse l’ultimo: ora ci sarà Chirú, il quarto…

Dopo Accabadora che le valse, tra gli altri, il premio Campiello l’autrice sarda torna, dopo sei anni, in libreria con un nuovo romanzo anch’esso ambientato prevalentemente in Sardegna seppur lontano dalle atmosfere ancestrali e magiche dell’opera precedente. Romanzo scritto in un momento particolare e di certo difficile della sua vita privata, "non è un libro autobiografico, ma racconta molto della mia vita" ha, infatti affermato la Murgia, Chirú, suddiviso non in capitoli, ma in 17 lezioni e un compimento finale, si presenta fortemente crudo nell’offrirci un percorso di formazione e di acquisizione di consapevolezza del sé alla luce di una introspezione intensa e anche dolorosa. La Murgia l’ha definito un “romanzo politico” tutto incentrato com’è sul concetto di potere che domina i rapporti umani, primi fra tutti quelli familiari, la figura del padre di Eleonora ne è l’emblema, ma sono impregnate di potere tutte le relazioni sentimentali, senza dimenticare che ogni relazione è, comunque, sentimentale, dirà Eleonora. Politico anche perché l’autrice, sempre attenta al problema delle donne, detronizza l’uomo per affidare stavolta il ruolo di mentore a Eleonora "infelice con classe", una donna la quale incarnerà la maestra intesa in senso ampio affiancando il giovane nella vita. E l’insegnamento non è solo un dare, non è mai –né mai può essere- unidirezionale: è un filtro a maglie larghe che permette un interscambio tra docente e discente quasi che, a un certo punto, i ruoli paiono confondersi. Una storia dal punto di vista dell’intreccio narrativo priva di eventi eclatanti, lineare, tutta basata sull’interiorità dei protagonisti e sul ruolo delle parole che paiono frutto di una scelta minuziosa e attenta, mai frutto della casualità, pesate una per una, accarezzate e adagiate delicatamente nella pagine per creare immagini eleganti e sonorità raffinate. Una curiosità: nella fase immediatamente precedente all’uscita del libro la Murgia ha aperto una pagina Fb a nome di Chirú, il quale ha interagito con i lettori e proposto il suo punto di vista, i suoi dubbi, le sue paure, scavalcando le pagine del libro per diventare, seppur in modo atipico,  “reale”.