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martedì 16 maggio 2017

LA PESTE DELL'ANNO UNO - Andrea Tomaselli

Inganneficando

Titolo: La peste dell’anno uno
Autore: Andrea Tomaselli
Editore: Feltrinelli
Anno 2014
 Genere: Racconto horror

È buio pesto, tutto è nero. Anche se apre gli occhi non riesce a vedere. Capisce di trovarsi nella cava. Lei è una ragazza cattiva, così dice suo padre che non perde mai l’occasione per ricordarle come non abbia nulla della gentilezza e della dolcezza di sua madre. Già, sua madre: morta,  uccisa dalla peste quando lei era piccolissima, aveva solo pochi mesi. Anche il suo fratellino è buono e ubbidiente, fa solo le cose che suo padre gli dice di fare, mica come lei. Morto, anche lui. Se non riuscirà ad uscire da quella cava morirà anche lei, suo padre non verrà a salvarla perché è rinchiuso nella sua stanza, non riesce a  muoversi perché lui è tornato. Lo sente alle sue spalle perché lui appare sempre alle sue spalle. Non è necessario vederlo in faccia perché lei sa che lui è lì. Lui è l’Ingannefico…

Pubblicato da Feltrinelli nella nuova collana digitale curata da Sergio “Alan D.” Altieri, Zoom Filtri, con l’obiettivo precipuo di riunire opere di pregio nell'ambito della narrazione di genere La peste dell’anno uno è un breve racconto horror che sferra, con violenza, continui e sonori pugni allo stomaco. Feroce, crudele, angosciante, claustrofobico, un allucinante racconto nel quale una ragazzina, voce narrante, ci conduce con il suo linguaggio sincero e alquanto sgrammaticato in un universo fatto di isolamento e di follia. 
Isolamento ritenuto necessario per sfuggire alla peste. Una peste metaforica, contagiosa quanto un morbo reale e nella quale l’untore, sempre in agguato, è il mondo al di fuori di quella finestra, al di là di quella siepe dalla quale la piccola protagonista vede o ha bisogno di vedere uno spiraglio. Una piccola perla.


lunedì 25 luglio 2016

FAVOLA IN BIANCO E NERO - Mauro Corona

Brutta gente

Titolo: Favola in bianco e nero
Autore: Mauro Corona
Editore: Mondadori
Anno: 2015
Pagine: 93
Genere: Racconto

Si chiama favola, ma si legge invettiva.
Un Mauro Corona cattivissimo e, al tempo stesso, verissimo.
Brutta gente nel mondo. Brutti i pensieri, le azioni e le omissioni.

Avvenne tutto di sera in quello stesso paesino di montagna nel quale, due anni prima, la signora Leonida aveva notato l’assenza del Bambino Gesù. Ma questa volta è un po’ diverso: dando uno sguardo al presepe si nota che i Bambin Gesù son ben due.  Uno bianco e uno nero: con le braccine tese quasi a volersi tenere per mano. Ovvio che quei due non possano stare insieme. I razzisti si inalberano e, nell’immediato,  tentano di rimuovere il bambino color cioccolato, ma quello riappare. Anche i non razzisti, che in pubblico parlano di amore universale, di pace e fratellanza, nel segreto delle loro dimore, tentano di eliminarlo: o a martellate, se la statuina è di gesso oppure cercano di bruciarlo nella stufa, se è di legno: ma non serve, il bambino riappare subito dopo. Bisogna adottare soluzioni drastiche dicono i più decisi e, così, ricorrono alla magica dinamite per far saltare in aria le case: ma il bambino nero riappare, stavolta nelle loro tasche. La questione investe tutti i media nonché tutte le categorie di “esperti e cercatori dell’inutile”, ma nulla cambia. Naturalmente intervengono i Grandi del mondo per arrivare, dopo estenuanti sedute, a una conclusione: la necessità di verbalizzare, e, con atto pubblico,  l’impossibilità di separare i due. Ma, si sa bene “grandi del pianeta, soluzioni bonsai”. Che fare allora?...
Non si pensi di trovare in questa favola i boschi e i paesaggi delle montagne ertane, i cieli nevosi e l’aria pura. No, niente di tutto questo. Questa è una favola cattiva che assume i toni dell’invettiva. Corona, con l’immagine di due Bambin Gesù, di cui uno colorato, affonda la sua penna tagliente e decisamente arrabbiata nelle pecche dell’umanità che, di fatto, ha ben poco di umano “oramai l’esistenza di noi umani è disumana” dirà a un certo punto con amara consapevolezza. Perché l’uomo è egoista, vendicativo e tremendamente ipocrita. Ipocrisia che pare enfatizzarsi nel periodo natalizio dove c’è quasi -per quel male terribile che è il buonismo- la necessità abusare di belle parole: tutte finte, non sentite, sia chiaro. Perché, appunto, così dev’essere, perché è Natale. Non amiamo i nostri vicini, le disgrazie dei nostri amici ci rendono felici come ebbe a dire La Rochefoucauld, non accettiamo i diversi e i fatti recenti legati al fenomeno dell’immigrazione, al quale le parole di Corona inevitabilmente richiamano, lo dimostrano chiaramente. Perché noi siamo la guerra, amiamo la guerra e la vogliamo. E se il suo scopo dichiarato era quello di scrivere una fiaba cattiva sul Natale “perché il Natale è una festa cattiva dove si scoprono i cattivi che fanno i buoni”, diciamo che c’è riuscito benissimo.