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martedì 24 aprile 2018

QUANDO ERAVAMO ORFANI - Kazuo Ishiguro


Titolo: Quando eravamo orfani
Autore: Kazuo Ishiguro
Editore: Einaudi
Anno: 2017
Genere: Romanzo
Pagine: 332
Traduzione: Susanna Basso

Ishiguro si rivela sempre scrittore raffinato, anche se – a onor del vero – questo romanzo, pur pregevole, l’ho trovato, in alcuni punti, poco convincente, ingenuo quasi

Nell’estate del 1923 il giovane Christopher Banks, dopo aver terminato gli studi a Cambridge, decise di stabilirsi a Londra, nonostante la zia lo volesse con sé nello Shorphire. Il suo sogno, coltivato fin dall’infanzia e simbolicamente rappresentato da una lente di ingrandimento che i compagni di scuola gli regalarono anni addietro e dalla quale mai si separerà, di divenire investigatore, è ora una realtà. Piano, piano il suo nome diviene noto grazie ai casi che, man mano, risolve. I misteri e la ricerca della verità sono i suoi obiettivi principali. Già, i misteri. Uno in particolare. Uno che riguarda la sua famiglia, la sua infanzia. È quello il mistero che lo ossessiona. Perché tutta la sua esistenza pare non riuscire a smuoversi davvero, ad avere un senso, fintanto che non comprenderà le ragioni vere per le quali i suoi genitori furono rapiti a Shangai. Da quello strano rapimento derivò il suo viaggio, ancora bambino, verso l’Inghilterra, presso la zia. Ma lui ha deciso che tornerà lì, a Shangai, troverà il nascondiglio nel quale si trovano i suoi genitori, rivedrà il suo amico d’infanzia, Akira, perché è certo, il nostro Bansk che Akira si trovi ancora lì visto che ne era innamorato. Sarà quella la sua indagine più importante e seria della sua vita…
Kazuo Ishiguro insignito, lo scorso anno, del Premio Nobel per la letteratura, ancora una volta   conferma, con questo romanzo, la maestria, la delicatezza e la raffinatezza della sua scrittura sempre precisa, attenta e priva di sbavature.. Non ci sono grandi eroi tra le pagine, ci sono personaggi che vagano, ancorati a un passato che non hanno ben inquadrato, che errano con una bagaglio fatto di sogni, di paure, di desideri, tanti desideri. E quello di vagare, senza avere una dimora fissa, pare essere il destino di chi, come il protagonista, ma anche come Jennifer, è orfano: chi è orfano non ha una dimora, continua a cercare, indizi, verità, per colmare vuoti, per ricostruire, a piccoli passi, frammenti di vita passati divenuti, con il tempo, sfumati, poco precisi. Tale ricerca, quasi ossessiva, accompagna il giovane Bansk che vive nel presente, ma è sempre proiettato nella sua infanzia, nei ricordi, come se non avesse un’epoca, un posto suo. Per quanto si resti affascinati dalla bellezza della scrittura, per quanto il tema di fondo sia appassionante, non mancano delle ingenuità, delle coincidenze improbabili oltre che dei colpi di scena poco credibili, se non proprio irreali che, di fatto – è spontaneo il confronto – rendono quest’opera distante da Quel che resta del giorno, che conserva intatto il podio.


giovedì 12 aprile 2018

BASTARDO POSTO - Remo Bassini


Città bastarda

Titolo: Bastardo posto
Autore: Remo Bassini
Editore: Perdisa Pop
Anno: 2010
Genere: Romanzo noir
Pagine: 178


Paolo Limara è un giornalista famoso, scrive per “La civetta”. Un tempo si mormorava che sarebbe diventato il nuovo direttore, ma le cose cambiano - esattamente come cambiano le voci.  In certe notti senza nebbia e senza luna, dopo le tre, si ferma davanti a una vetrina per osservare un manichino senza sesso in un negozio chiuso da ormai quattro anni. Non si vergogna a star lì, immobile. Si ferma a macinare mille pensieri e fuma. Una sigaretta dopo l’altra. A mettere insieme pezzi di uno strano mosaico. La sua vita è distrutta. Paolo Limara è un uomo che soffre: Valeria è morta. Di incidente stradale, è stato detto. È morta proprio mentre parlava al telefono con sua zia Luigina. Valeria era la sua amante. Tutti quanti lo sanno, anche sua moglie Graziella. Valeria l’ha tradito. Forse. Era una grande troia. Forse. Paolo Limara non sa che dietro quella silenziosa vetrina c’è, al buio,  anche un’altra figura: è una donna, la ex proprietaria di quel negozio abbandonato…

Una storia crudele e velenosa quella che ci racconta Remo Bassini nel suo quarto romanzo tutto fatto di vite che si incrociano, si sfiorano e si distruggono. L’autore pare osservare - esattamente come fa il giornalista Paolo Limara - una vetrina nella quale però non ci sono manichini muti e senza sesso, ma uomini e donne e storie che richiamano altre storie. Storie di male. Tante.  L’autore, con abilità da cronista, ci presenta uno spettacolo zeppo di ipocrisie, di verità – molteplici e diverse – di pedofilia, di strane sparizioni, di malavita, di corruzione, di videopoker, di silenzi imposti, di famiglie distrutte e di mafia all’interno di una piccola città di provincia. Una città bastarda nella quale il senso di colpa, il dolore e le paure si mescolano fino a confondersi in una nebbia perennemente presente. E non si può tornare indietro. E non si possono più pronunciare quelle parole che dovevano essere pronunciate prima. Non si può scappare, non ci si può nascondere se si è giornalisti famosi, non è concessa la grazia di un dolore intimo da consumare tra le quattro mura domestiche. No, non è possibile anche perché il dolore privato non può esistere in questo bastardo posto. Le parole di Bassini precipitano come cascate, sono rapide, improvvisamente si interrompono senza che si possa percepire un seppur minima sensazione di pausa. Nessun riposo è consentito una volta che si è avvolti da quel vortice. Un vortice di parole che quasi frastornano che si susseguono e si consumano, quasi impercettibilmente, in sole cinque notti. Cinque notti intense e nere nelle quali tutti paiono destinati ad essere sconfitti e annientati. Dai rimorsi, dalle paure, da ciò che non si può combattere e da quello strano e incredibile, ma tremendamente verosimile, mosaico che si tenta lentamente di ricostruire forse troppo in ritardo. Forse perché è il gelo della morte che arriva sempre puntuale, se non in anticipo.

Altri libri:

giovedì 15 marzo 2018

L'ALBERO DI GIUDA - Silvana Grasso


Il capitale

Titolo: L’albero di Giuda
Autore: Silvana Grasso
Editore: Marsilio
Anno: 2011
Genere: Romanzo
Pagine: 297



Una bella sorpresa questo romanzo perché vivace, frizzante, ironico, ma – a suo modo – anche triste e melanconico.

Sicilia, Bulalà. Alle sei e tre quarti del 15 giugno  Sasà Azzarello, arrivava, puntuale come sempre, alla cancellata della Villa Comunale. Lì, in quella Villa, luogo d’incontro con i suoi amici – o quasi amici, o forse per niente amici – il settantenne Sasà sente, ogni volta, il respiro del mare. Certo, non tutti potevano sentirlo quel respiro: bisognava averci l’anima, bisognava non essere bestiacce con il cervello crudo. Un’anima fine ci voleva, come la sua che non solo il respiro, ma anche il cuore del mare sentiva e ciò in barba alle amarezze che la vita gli aveva donato. E quelle bestiacce dei suoi amici, che di fine non avevano proprio nulla, figuriamoci l’anima, gli ripetevano quanto cretino fosse. No! Non era il mare quello: erano le ciminiere quelle che sentiva. Ma Sasà, intelligente com’era, lo capiva che erano solo degli invidiosi, in  particolare il logorroico Cataratta che ci moriva d’invidia. Ed era anche normale: Sasà è colto, laureato figlio del direttore didattico. Sasà che tutti a Bulalà, chiamavano il filosofo. Per sfotterlo, certo, ma filosofo lui lo era. E il vecchio settantenne ogni volta si riprometteva di non incontrarli quegli avvelenati di invidia , ma poi si ritrovava nel cancelletto della villa perché, in fondo, quei maledetti erano meglio della solitudine, sempre meglio dei ricordi della sua triste vita…

Pubblicato per la prima volta con Einaudi nel 97 poi con Marsilio nel 2011 L’albero di Giuda -tra l’altro vincitore del premio Napoli e del Premio Vittorini nel 1997 – è un romanzo ironico, frizzante, e surreale nel quale, con il veicolo della comicità e del paradosso, si affrontano tematiche forti. Sasà, il protagonista, ormai anziano, ripercorre gli anni della sua vita passata, marchiati dall’infelicità, per scelta propria e altrui, per destino, per mancanza di coraggio, per un arrendersi al corso degli eventi. Si parla di amore, quello grande di Sasà per la friulana, un amore contrastato dal padre, figura dominante, si parla del rapporto padre-figlio nel quale il genitore pretende, e si impegna alacremente in questo, per scrivere la vita del figliolo: decidendo, sin dalla nascita, il suo ruolo nel mondo, la sua intelligenza e, naturalmente, il possesso –tra le gambe – di quel preziosissimo “capitale” perché lui è figlio del direttore didattico!  Tutto nella norma in quella realtà descritta dalla Grasso nella quale la virilità è bene assoluto per quanto poi si tratti solo di virilità solo illustrata e decantata, ma mai dimostrata nel concreto nei fatti. A fine lettura rimane un senso di amarezza perché, alla resa dei conti, nessuno ha vissuto davvero la vita che voleva o, ancor peggio, nessuno ha compreso cosa effettivamente volesse dalla vita…ma, poi, volevano davvero qualcosa? Ampio spazio, in questo assurdo quadro, trovano i ripetuti e costanti pensieri di morte: Sasà, per tutta la vita, ha sognato il suicidio ponendo in essere tentativi sfioranti il grottesco. E solitudine tanta e, poi, la vecchiaia il decadimento, la sordità, i passi lenti, il balbettio. Il tutto narrato con toni comici, divertenti, amari con un uso largo del dialetto che colora e vivacizza.


domenica 25 febbraio 2018

UNA VITA NON BASTA - Luciano Minerva


Vite da polpo

Titolo:  Una vita non basta.Memorie di una metamorfosi
Autore: Luciano Minerva
Editore: Robin Edizioni
Anno: 
Genere: Romanzo
Pagine: 248


Lorenzo Arquati, portiere in una squadra di calcio di provincia, non ha nemmeno vent'anni quando raggiunge il record di inviolabilità tra i dilettanti: in 25 partite non ha preso neanche un gol. Quel record potrebbe cambiare la sua vita e farlo entrare nel grande mondo del calcio, quello vero. Così vorrebbe suo padre, ma così non sarà visto che il destino decide diversamente: un giorno, infatti, Lorenzo  precipita in mare con la sua moto e il suo corpo non sarà ritrovato. Ma non sarà comunque la fine. Quella tragica caduta segnerà per il giovane portiere l'inizio di una nuova vita: non sarà più un uomo, ma un polpo. E la più significativa scoperta di quella nuova vita sarà comprendere come si possa vivere senza le parole riuscendo ad avere una vita intensa anche all'interno di un acquario...

In un alternarsi di tre voci narranti - quella di Lorenzo, di sua madre che scrive lettere che non spedirà e di un giornalista sportivo - si muove una surreale storia che fonde, con abilità, la realtà con la fantasia. Sarà il concetto di trasformazione il tema centrale è, infatti, quell'anomala trasformazione da uomo in polpo che consentirà al giovane Lorenzo di recuperare la dolcezza e la tenerezza del passato di suo bisnonno, la forza della sua esistenza fatta di duro lavoro in miniera, di lotte contro i soprusi, di valori da difendere. E grazie a questo scavo nella memoria acquisterà un senso ancora più profondo il concetto di legame con la propria terra, con le proprie radici. E il giovane portiere riscoprirà, in qualche modo, se stesso e comprenderà il senso della propria esistenza assaporando, paradossalmente, il significato della libertà proprio all'interno di uno spazio ridotto qual è quello dell'acquario. Un romanzo delicato che oltrepassando i rigidi confini tra possibile e impossibile regalerà la voglia di sognare della quale si ha sempre bisogno.


sabato 15 luglio 2017

QUELLO CHE È SUCCESSO A JOANA – Valério Romão

Arsenico e perdite

Titolo: Quello che è successo a Joana
Autore: Valério Romão
Editore: Caravan
Anno: 2017
Genere: Romanzo
Pagine: 120
Traduzione: Vincenzo Barca


Questo piccolo romanzo inizia con un sogno che, già da solo, varrebbe un libro a parte per la sua efficacia. E la dimensione onirica permarrà per tutta la lettura, mescolandosi con una realtà troppo dura da accettare e da vivere. Quello che è successo a Joana è un romanzo di forte impatto emotivo, capace di sconvolgere e di angosciare e, sia chiaro, non solo per la storia in sé che è atroce, ma per la potenza della penna di Romão: una penna che riesce a creare ferite profonde, a soffocarci quasi. E, naturalmente, per l'ottima traduzione di Vincenzo Barca.

Joana si sveglia, gridando, da un brutto sogno. L’ultimo fotogramma che ricorda di quell’incubo terribile sono le sue gambe ricoperte di sangue. Si siede sul letto e, al suo fianco, vede il marito Jorge il quale continua a dormire incatenato nel suo solito sonno pesante, era stanca sicuramente. Lei lo copre, fa freddo: è dicembre. Dicembre è un mese triste, quello che le piace meno perché freddo e ostile, il mese in cui morirono i suoi genitori. Scosta le lenzuola, crede di aver riportato nella realtà l’ultimo frammento di sogno: ha la sensazione di avere le gambe bagnate di sangue. C’è una pozza, la sente, verifica con la mano: non è sangue. Si tratta di un liquido trasparente dall’odore agrodolce e comprende che, nella realtà, le si sono rotte le acque. Scuote Jorge per svegliarlo. Bisogna andare subito in spedale. Il bambino vuole nascere al settimo mese. Per fortuna che lei, previdente e precisa, aveva preparato tutto in anticipo e, chiaramente, anche la roba per un prematuro. Anche per uno scricciolo di sole 31 settimane…

Quello che è successo a Joana è il secondo romanzo del poeta, traduttore e e scrittore portoghese che con Autismo, edito nel 2012, dovrebbe far parte della trilogia Paternidades faalhads – paternità mancate. Già perché è di perdite, di mancanze, o, meglio, di ciò che sarebbe potuto essere ma non è stato che parla questo intenso romanzo. Romão, con la sua scrittura ritmica, sincopata ci trascina – con Joana – in una storia vorticosa che ha il sapore dell’assurdo. 
La vicenda si svolge nell’arco di una giornata che pare un’eternità tra un ambiente ospedaliero -che riporta le atmosfere del racconto Sette piani di Dino Buzzati e anche Il castello di Kafka- e i pensieri deliranti, sospesi tra la dimensione reale e quella onirica della protagonista. 
Sono i pensieri di Joana che dominano la scena, il suo flusso di coscienza riportato dall’autore come se lui stesso fosse Joana, come se anche il lettore diventasse Joana e vivesse, in prima persona, il suo dramma. Parole a cascata, assenza di punteggiatura, un affannarsi, di corsa, verso un baratro, dolore e sogno che si fondono e si diramano caoticamente. Romão ci regala una storia che turba, scuote l’anima, ci offre una massiccia e amara dose di arsenico  e dopo averci inebriato con quel veleno ci regala un fulmineo momento di serenità, quasi di pace. Forse.       

Altri libri:
Bastardo posto, Remo Bassini                 

domenica 9 luglio 2017

TOCCA A TE - Kgebetli Moele

Mettersi in fila

Titolo: Tocca a te
Autore: Kgebetli Moele
Editore: Epoché
Anno: 2010
Pagine: 188
Genere: Romanzo
Traduzione: Monica Martignoni

Ho letto questo libro qualche anno fa e ne rimasi colpita per la massiccia dose di cinismo in esso presente. Un romanzo forte e senza pietà che raggiunge picchi di crudeltà altissimi. Ottima prova narrativa indubbiamente.

Due libri. Il libro dei vivi e il libro dei morti. Kutsho è un bimbo sudafricano un po’ infelice, che ama le feste e ama tanto ballare. Egli è soprattutto un bimbo che parte da una situazione svantaggiata. Si guarda attorno e vede le differenze tra la sua vita e quella degli altri bambini. Un giorno si chiede perché a casa sua non ci siano mai feste, perché il Natale è una cosa che accade solo nelle altre famiglie. Sua madre gli dà la risposta: quelle famiglie, dice, “possiedono un’auto e danno feste perché se lo possono permettere”. È da quel momento che l’obiettivo del piccolo Kutsho diviene quello di studiare, e tanto, di diventare qualcuno e, soprattutto, di uscire dalla miseria. Desidera la ricchezza e farà di tutto per ottenerla. Kutsho cresce e, piano piano, realizza i suoi sogni. Fino a che nella sua vita, quasi ormai perfetta, non succede qualcosa che cambia tragicamente le carte in tavola e lo porta a compilare, con una diligenza che sfiora la follia, un altro libro: il libro dei morti, di fattura artigianale ed elegantemente rilegato in pelle nera...

Secondo romanzo di un giovane scrittore sudafricano che è stato annoverato dal Sunday Indipendent tra i migliori libri dell’anno 2009. Un libro, attualmente fuori catalogo, crudo, agghiacciante e originale nel quale il protagonista indiscusso non sono certo i sogni, non è l’amore – pur presente – non è la bellezza – anch’essa presente - ma è il virus dell’HIV. È l’impalpabile virus che diviene voce narrante. Che domina e muove le sue pedine in una immaginaria scacchiera dove si gioca una partita con la morte. E si sa già chi sarà il vincitore. Una realtà triste e attuale raccontata in modo inusuale poiché Moele capovolge, abilmente,  gli usuali canoni di narrazione proponendoci un nuovo modo per avvicinarci e conoscere  questa realtà. Infatti, non sono più i malati che parlano, soffrono o si disperano. Non ci sono esami ematochimici né corsie di ospedali con camere asettiche né, tantomeno, terapie da rispettare. No, loro tacciono lasciando la parola a  quel mostro, che assetato di sangue come un vampiro, cerca corpi – giovani o meno giovani, ma rigorosamente sani - nei quali fare ingresso in modo spietato e, al tempo steso, subdolo. Perché quel mostro che non regala neanche una piccola speranza ha bisogno di allargare le schiere della sua legione infernale. Questa è la sua missione, da compiere senza un briciolo di pietà. Per nessuno. Senza discriminazioni, in nome di un assurdo principio di eguaglianza – sostanziale e formale - che, necessariamente, deve trovare applicazione. Con uno stile serrato ed essenziale Moele tratta un argomento molto delicato e tragico in modo cinico, quasi crudele, con una lucidità che lo allontana notevolmente da quei pietismi nei quali spesso cade la letteratura che affronta simili tematiche. Duecento pagine che suscitano interesse e scorrono via piacevolmente pur lasciando al lettore l’amaro in bocca.


venerdì 30 giugno 2017

L'AMORE NECESSARIO - Nadia Fusini

Cuore animale

Titolo: L’amore necessario
Autore: Nadia Fusini
Editore: Mondadori
Anno: 2008
Pagine: 130
Genere: Romanzo

La scrittura è un’arma, una cura, un parlare senza interruzioni, spesso a noi stessi. Con estremo coraggio.

"Siamo vuoti, tutti vuoti... o sono io, io sola, a non possedere nulla? Io sola a provare la sottile, inestirpabile, vorace sensazione che la vita non sia mai quella che vivo, ma sempre un'altra? È strano, ma non ho mai avuto la forza di illudermi di essere qualcosa... La mia forza è un'altra, ambigua, intrisa di orgoglio e di vergogna. Si nutre di coraggio, si affama di paura. Conta sul cuore, per me è questo l'organo dell'intelligenza. Col cuore penso. Che esiste il mondo, me lo assicura il mio cuore animale, vivo, pulsante…”

Alla luce di una lampada al neon una donna è seduta nel tavolino di un bar semideserto di un aeroporto. All’altro capo del tavolo siede uno sconosciuto che beve una birra. Un luogo qualunque. Lei pensa a quanto sia singolare il fatto che un luogo estraneo possa condurci dentro noi “così nel profondo, al centro di pensieri che non riusciamo a formulare quando ci aggiriamo in spazi che ci sono familiari.” La donna si sente sola perché lui, il suo lui, definisce libertà cioè che, invece, è un’assenza, il vuoto della sua presenza. E lì, in quel luogo estraneo, con quella solitudine che la assorbe sente un bisogno incontenibile di scrivergli. Prende un quaderno, per mettere a nudo la sua anima. Per parlare d’amore, del loro amore, di come accadde quel miracolo che, a ben vedere capita sempre nello stesso modo: due creature separate, quasi senza volerlo, si confondono. La mente torna al giorno nel quale si incontrarono. Per puro caso. Nessuno lo scelse, accadde appunto. Lei lo amava perché lui era lì e stava diventando il suo destino. Piano piano, parola per parola, la donna inizia ad avventurarsi in un precipizio d’amore che, lì in quel luogo estraneo, urla e protesta…

"Ma tu non sapevi, allora, di stare attizzando un fuoco che t'avrebbe bruciato, facevi così perché obbedivi alla legge impersonale della vita.
Chi è vivo cerca la vita, la fiamma."

Nadia Fusini, figura di spicco del panorama letterario italiano, nota in particolare per le sue traduzioni di autori del calibro di Virginia Woolf e di Shakespeare, per citarne solo qualcuno,  ci regala un romanzo epistolare che dimostra quali vette e luoghi nascosti dell’anima una lettera possa raggiungere. Con un linguaggio elegante, ricco di riferimenti a temi classici, le parole della protagonista ci portano nell’universo magico, tormentato e misterioso dell’amore, con una continua alternanza di delicatezza e di durezza entrambi necessari per descrivere un sentimento ricco di mille sfumature e sempre difficile da definire univocamente perché Amore è prigione, Amore turba, sconquassa, ma non finisce mai di incantare. La sua scrittura diviene lo specchio dentro il quale l’anima può rimirarsi, esprimersi, urlare. E la donna che scrive urla, si interroga, scava continuamente nei meandri del suo passato, del suo presente, del suo cuore riuscendo a dargli voce e una forma che sia vera. Perché è questo che lei, in fondo cerca: la verità ,o meglio, per dirla con le parole della stessa Fusini “La volontà di questo personaggio è quella di non lasciarsi ingannare perché l’innamoramento è spesso un inganno, come Titania che si innamora dell’asino.”


mercoledì 10 maggio 2017

LA FIGLIA DEL FUORILEGGE - Maria Venegas

Bajaron al Toro Negro.

Titolo: La figlia del fuorilegge
Autore: Maria Venegas
Editore: Bollati Boringhieri
Anno: Anno 2014
Genere: Romanzo biografico
Traduzione: Manuela Faimali
Pagine: 376

Come un dondolio, talora lieve, talora pesante, tra odio e amore. Tra rabbia e comprensione. Tra indifferenza e voglia di conoscere. Intenso.

New York. Maria riceve una telefonata dalla sorella la quale le comunica che il loro padre, José, è stato vittima di un’imboscata, Maria continua a sfogliare il menù che ha davanti agli occhi e, distrattamente, chiede alla sorella se il padre sia morto. Già quel padre che anni prima lei, e il resto della sua famiglia, ha deciso di eliminare dalla propria vita, quel padre violento, aggressivo, che sparava in aria durante la notte, quello stesso padre che ha ucciso il fratello di sua moglie. Ma anche quel padre che la esortava a difendersi, a non farsi sottomettere, quel padre che, con vanto, la mostrava ai suoi amici elogiandone il coraggio. Nonostante l’odio e la rabbia accumulati nel corso degli anni e nonostante le ferite subite, Maria – ormai divenuta donna - deciderà di recarsi in Messico dove si trova il “fuorilegge”…

Maria Venegas, messicana emigrata negli Stati Uniti all’età di quattro anni, ha messo nero su bianco  le vicende della sua vita in un memoriale sincero e, spesso, crudo come solo la verità sa essere. L’opera è un alternarsi di passato e presente e mette a fuoco aspetti non solo della propria vita ma anche, e soprattutto, della vita avventurosa e fuori dalle regole di suo padre. E se, in una prima fase, il sentimento dominante è quello della repulsione, dell’odio nei confronti del genitore si assiste, successivamente, a un ammorbidimento delle rigide posizioni iniziali dovuto alla forza, spesso dirompente, dell’amore e dei legami di sangue. Quasi a voler dimostrare come nei rapporti familiari  - per quanto difficili possano essere -si tenda, comunque, a scavare a fondo senza sosta in virtù di una molla, che sia essa l’amore filiale o la pietas, che porta ad andare avanti, a proteggere e, forse solo, a conoscere meglio il genitore. Un romanzo vero, intenso e carico di fascino che regala continuamente al lettore emozioni forti.


lunedì 8 maggio 2017

PENTAMERONE BARBARICINO - Gianfranco Cambosu

Attese

Titolo:  Pentamerone barbaricino
Autore: Gianfranco Cambosu
Anno: 2009
Editore: Fratelli Frilli
Pagine: 307
Genere: Romanzo noir

Siamo in Sardegna e un gruppo di amici, amici più per necessità che per scelta, tenta di attuare una rapina ai danni di una banca. È il colpo della loro vita.
Con la descrizione di un piano dettagliato inizia tra le montagne barbaricine, in una fredda giornata nevosa, il Pentamerone barbaricino, titolo che porta, inevitabilmente, a ricordare le novelle del Decamerone di Boccaccio; con la differenza che, nel nostro romanzo, i narratori si riuniscono non per sfuggire alla peste, o forse sì. Tutto dipende da che concetto di peste si assume. Tutto è relativo.
Una rapina che non va come previsto, qualcosa in quel meccanismo ben ideato si inceppa, sopravvivono due rapinatori soltanto : Tinteri, il “buono”, e Cadena, il “cattivo” i quali, causa l’evolversi degli eventi, sono costretti a rimanere reclusi in banca con due ostaggi. Attendono che la situazione muti, attendono come sempre hanno fatto nella loro vita, ma alla fine nulla cambia o il cambiamento è diverso da quello che avevano previsto. Come sempre.
Trascorrono alcune notti all’interno di quella gelida banca nelle quali le riserve di gasolio stanno per terminare e si sente nell’aria il presagio di un gelo ancora più freddo della neve che cade silenziosa dal cielo della Barbagia.
Nell’attesa di una macchina che li conduca lontano, nell’attesa, comunque, di qualcosa iniziano a raccontare storie, brevi “favole” nelle quali il lieto fine è solo una chimera.
Ogni racconto, che si sviluppa nell’arco dei giorni della reclusione, non è altro che un estratto delle loro misere esistenze.
In questo raccontarsi emergono temi che hanno colorato le loro vite: la vita dell’ostaggio è stata dipinta con i colori del satanismo, quella di Tinteri dai colori opachi della faida e quella di Cadena dalle forti tinte della violenza.
Emergono dalla penna di Cambosu, delicata, quasi silenziosa ma efficace, argomenti difficili quali quello della faida dai quale affiora la figura della donna-madre sarda, dura e ferma come il suo sguardo. Una donna che non parla, ma sa, prevede, comprende e ordina con il solo ausilio del suo dignitoso silenzio maturato in un giaciglio di dolore, di tragedie e di continui lutti destinati a perpetuarsi all’infinito. Catene che sembrano destinate a non spezzarsi mai.
Emerge anche una sorta di fatalismo, quasi l’impossibilità per i protagonisti di allontanarsi troppo dal loro mondo, un passo oltre il confine disegnato da quello strano destino li riporta come una calamita verso ciò che sono sempre stati, verso il loro mondo originario. E non manca la voglia di riscatto, non mancano i tentativi di evasione, non mancano i sogni.
Umani, fin troppo umani con il fardello delle loro paure, del loro passato, del loro dolore che non è individuale, ma è familiare, un dolore di stirpe.
Tinteri e Cadena, sino alla fine, sperano, con tenace ottimismo, di uscire dalla banca con le tasche piene di denaro nonostante abbiano la percezione che qualcosa, fuori dalle porte scorrevoli della banca, non stia andando come dovrebbe.
Perché è chiaro che là fuori ci sia qualcosa di anomalo e di inspiegabile razionalmente, una fitta nebbia di mistero che si chiarirà, in modo peraltro surreale, solo al termine del romanzo.
Lo stile di Cambosu è molto lineare. È ripetuto l’uso di termini sardi che non appesantiscono la lettura, anzi hanno l’effetto di regalare al lettore, anche al lettore non sardo, qualcosa in più; quei termini in corsivo, non ostacolano il percorso di lettura proprio perché con essi lo scrittore ci dà delle tenui sfumature che abbelliscono e rendono vive le immagini.

Vedi anche:
Bastardo posto, Remo Bassini
Pierre, Nello Rubattu
Savage Lane, Jason Starr





giovedì 4 maggio 2017

LA DISFIDA - Giorgio Caponetti

Ostrega!

Titolo: La disfida
Autore:Giorgio Caponetti
Editore: Marcos Y Marcos
Anno: 2016
Genere: Romanzo
Pagine: 383

Tra Venezia e Trani si muovono, frizzantemente, i protagonisti di questo avventuroso romanzo. Caponetti è stata, senza dubbio, una bella scoperta. Divertente e scoppiettante quanto basta.

Venezia, 2013. “Ostrega de n’ostrega, che giornà de merda!”  con queste parole inizia la giornata, di Alvise Pàvan de Canal. Una giornata iniziata male e che pare promettere il peggio. All’alba giunge la telefonata con la quale gli comunicano che il suo bellissimo stallone lipizziano, Napoleone, si era ritrovato con una gamba storta e impossibilitato a tirarsi su. Alvise, addolorato, si precipita a Sant’Erasmo per comprendere che, da quel giorno, non avrebbe mai più avuto un cavallo. Torna a Venezia perché ha un appuntamento con il notaio per la vendita della barca, precisamente il Sangermani che, si sa, tra le barche è . “quello che uno Stradivari è fra i violini”, cosi diceva suo padre, il conte Zeno. E mentre si accinge ad entrare nell’ufficio per la firma riceve un messaggio al cellulare: è della sua ex moglie, vuole parlargli. Solo quello ci mancava: proprio una giornà de merda. Che fare? Partire, ovvio. Dove? Dove il vento lo porterà. E, appunto, con la sua barca trasportata dal vento giungerà a Trani. Sarà accolto dal famoso ammiraglio Diomede che lo invita a cena e, in tale occasione, gli mostra una pergamena datata 13 settembre 1503 a firma di un suo antenato, nonché omonimo, il quale riconosce il suo debito, ammontante a dieci ducati, nei confronti del signor Agamennone Diomede con annesso tasso di interesse nella misura del 5%. C’è un debito e, come tale, va onorato. Ma chi era quel suo antenato? E perché contrasse quel debito?....

Alvise Pàvan dal Canal, gentiluomo veneziano amante dei cavalli e del mare, è il personaggio nato dalla penna di Giorgio Caponetti che, con La disfida, giunge alla quinta avventura di quella che è stata una fortunata serie iniziata con Due belle sfere di vetro ambrato. Alvise, ha raccontato l’autore è nato durante una passeggiata a Venezia quando lo stesso ha immaginato una sorta di Indiana Jones che fosse, in qualche modo, simile all’autore esperto di cavalli e “siccome parlare di cavalli a Venezia poteva sembrare strano, tanto valeva esagerare”. Strutturato in un alternarsi di due epoche storiche differenti, quella attuale e quella rinascimentale, La disfida ci offre una storia appassionante e intrigante ricca di momenti divertenti e di quel pizzico di mistero che ne fanno un libro piacevolissimo da leggere grazie, appunto, alla mescolanza perfetta di elementi differenti. Su tutto dominano le buone maniere del protagonista e il suo amore sia per il mare sia per gli animali che costituiscono la base su cui si muovono i fili della storia. Da non trascurare l’uso delle espressioni in dialetto veneziano che arricchiscono, colorandole vivacemente, le vicende narrate. E alla fine non resta che attendere una nuova avventura del nostro gentiluomo, che si mormora sarà ambientata in Sardegna, sperando in giornà non troppo di merda.


mercoledì 26 aprile 2017

LA GENTILEZZA - Polly Samson

Tradimenti, con grazia

Titolo: La gentilezza
Autore: Polly Samson
Editore: Unorosso
Anno. 2015
Genere: Romanzo
Traduzione: Daniela di Falco
Pagine. 290

Oh, ma che bella parola: gentilezza.
Oh, che bel suono: gentilezza.
Una parola che evoca immagini positive, dai bei colori, che fa bene al cuore.
Peccato che, spesso, dietro quella parola si annidino delle armi capaci di stravolgere intere esistenze, capaci di scardinare certezze e di rimettere in discussione tutto quanto. Perché alla fine le parole, ogni parola, ha in sé qualcosa che potrebbe trasformarsi in un veleno. Un veleno gentile, ma pur sempre veleno. Bruciante, asfissiante, doloroso.

1989. Nasce un amore quello tra Julian, studente universitario e Julia, di otto anni più grande e sposata con un uomo violento e aggressivo.  
Agosto 1997, Firdwais. Julian è solo. Mira, sua figlia non c’è più. Julia, nemmeno.
Si sveglia da un sonno indotto dai farmaci in “un mattino che non dà ragioni per svegliarsi”. Allunga la mano verso l’ultimo cassetto della scrivania e, come ogni giorno, deve tenere a bada l’impulso di controllare: quel cassetto contiene una scarpetta in pelle morbida, la sinistra, con cinturino alla caviglia e fibbia d’argento che Mira aveva quasi imparato ad allacciarsi da solo. Lui è solo in quel tanto desiderato cottage.  Senza le sue donne: Mira e Julia. Solo con il suo dolore.

La Unorosso dà alle stampe il secondo romanzo di Polly Samson scrittrice, giornalista e paroliera britannica, nonché moglie, dal 1994, di David Gilmour per il cui gruppo, i noti Pink Floyd, ha scritto alcune canzoni.

La gentilezza, nonostante la delicatezza del titolo che evocherebbe ben altro, è un romanzo crudo e difficile. Difficile perché parla di sentimenti, di vita, di rapporti familiari, di malattia, di tradimento.  E, siamo onesti, quando si tratta di tali argomenti nulla è mai facile. Strutturato alternando diverse voci e costruito a tasselli in modo da regalarci un quadro definitivo della storia solo a fine romanzo, La Gentilezza è un’opera complessa e densa nella quale manca un rigoroso ordine cronologico. Il lettore si trova sbalzato dal presente al passato in continuazione, in un vorticoso ripetersi di flashback che costituiscono il nucleo fondamentale delle vicende.  
Un romanzo particolare dal punto di vista stilistico e della struttura, ma anche appassionante, intenso e doloroso che lascia l’amaro in bocca e apre la strada a molte riflessioni volte a comprendere (senza riuscirci, forse) fino a che punto può spingersi un sentimento, fino a che punto può diventare evanescente la linea di confine tra il fare del bene e il fare del male, perché – a ben pensarci – una linea netta di demarcazione forse non sempre è possibile. Rimane certo, invece, il peso insopportabile di un tradimento così come il peso, che ha il suono di un urlo lacerato di dolore, della perdita di un qualcosa che si ama più della nostra stessa vita.  

mercoledì 20 luglio 2016

EREDITÀ - Lilli Gruber

"Heimatando"

Titolo: Eredità. Una storia della mia famiglia tra l’Impero e il fascismo
Autore: Lilli Gruber
Editore: Rizzoli
Anno 2012
Pagine: 354
Genere: Romanzo

Un vecchio diario. Tutto è partito da lì. Poi le storie familiari che si intrecciano con la Storia. Una riscoperta del passato e di se stessi.

Sudtirolo, piccolo villaggio di Pinzon. Rosa Rizzolli, nata Tiefenthaler, prende il suo diario con la copertina in pelle marrone e, dopo aver intinto la penna nell’inchiostro, annota in tedesco antico “Novembre 1918”. Non indica il giorno perché non è necessario: ogni santo giorno di quel nefasto mese è stato segnato da sofferenze. Il suo piccolo grande mondo sta per spezzarsi: dopo l’armistizio con l’esercito italiano il Sudtirolo passerà all’Italia. Rosa soffre perché è conscia del fatto che la sua vita cambierà drasticamente, teme per la sua famiglia, per tutto il suo popolo e per la sua identità ormai minata. Si avvicina al lettino dove dorme la sua ultima figlia, la piccola Hella di soli due anni, e si chiede, senza darsi una risposta,  se quella giovane creatura innocente potrà un giorno conoscere la felicità…


Il ritrovamento del diario della bisnonna  ha offerto a Lilli Gruber, volto noto della televisione italiana, il primo spunto per dare alle stampe un romanzo sincero e appassionato nelle cui pagine la sua famiglia diviene il filtro attraverso il quale si snodano gli eventi storici che coprono un arco di tempo che va dalla fine dell’ottocento sino al fascismo. La Gruber che è cresciuta “in un continuo dialogo con il passato che non voleva passare” ha continuato questo dialogo intenso mettendo nero su bianco i travagli di un popolo, quello del Sudtirolo, e la sua dura lotta per conservare l’identità dando voce a quel sentimento che lega le persone alla propria heimat che è un concetto che va al di là di quello, troppo riduttivo, di patria o di luogo natio, è un sentimento ben più profondo, viscerale e perciò stesso intraducibile. Pagine intense quelle di Eredità nelle quali la forte carica emotiva si unisce armoniosamente con la verità storica spesso crudele, spesso difficile da accettare. 

venerdì 15 luglio 2016

CHIRÙ - Michela Murgia

"Affinità"
Titolo: Chirú
Autore: Michela Murgia
Editore: Einaudi
Anno: 2015
Pagine: 200
Genere: Romanzo


Mi incuriosiva molto leggere l’ultimo romanzo della Murgia soprattutto per le recensioni contrastanti lette in giro. Due i blocchi contrapposti: da un lato quelli che “manca una trama”, o anche “è un esercizio di stile”, dall'altro quelli che “è bellissimo”. Aggiungerei il terzo blocco: quelli –adorabili come l’eritema - che non hanno letto, non leggeranno il romanzo “ché tanto è brutto” Ma dove sta la verità? Non c’è una verità, chiaro. C’è però una storia, d’amore, di sentimenti certo. E c’è l’uso sapiente, scelto, delle parole che emerge in ogni riga. E poiché credo  che l’uso delle parole faccia la differenza in uno scrittore (ma guarda un po’!) io l’ho apprezzato.

"Chirù venne a me come vengono i legni alla spiaggia, levigato e ritorto, scarto superstite di una lunga deriva."
Sardegna, Cagliari. Eleonora, attrice di teatro affermata, ha trentotto anni quando incontra il diciottenne Chirú. Il giovane, quel giorno, è convinto, perché così qualcuno erroneamente gli ha fatto credere, di dover suonare il violino nel palco accanto a lei durante lo spettacolo. Eleonora gli spiega come preferisca recitare in silenzio. Al termine della rappresentazione quel giovane, vestito da adulto, con le braccia fin troppo lunghe e con appresso il suo violino, con il candore dei suoi anni chiede all’attrice se può seguirla a cena. Lei accetta. La loro non fu un’immediata affinità elettiva, lei semplicemente “lo riconobbe dall’odore delle cose marcite che gli veniva da dentro” forse perché quell’odore Eleonora lo  conosceva bene: era lo stesso suo. A tavola, tra altre persone che paiono quasi sfumate, i due conversano, ma lei vuole sapere esattamente cosa ci faccia lui con lei e Chirú, con sfrontatezza, afferma di volere che lei lo accompagni “anche se non sapeva dove andare” perché la donna conosce tante cose e lui vuole imparare, e tanto. Un allievo. Ancora? Sarebbe giusto? Sono passati ben otto anni dall’ultima volta che Eleonora ha preso con sé il suo terzo e ultimo allievo, o meglio quello che credeva fosse l’ultimo: ora ci sarà Chirú, il quarto…

Dopo Accabadora che le valse, tra gli altri, il premio Campiello l’autrice sarda torna, dopo sei anni, in libreria con un nuovo romanzo anch’esso ambientato prevalentemente in Sardegna seppur lontano dalle atmosfere ancestrali e magiche dell’opera precedente. Romanzo scritto in un momento particolare e di certo difficile della sua vita privata, "non è un libro autobiografico, ma racconta molto della mia vita" ha, infatti affermato la Murgia, Chirú, suddiviso non in capitoli, ma in 17 lezioni e un compimento finale, si presenta fortemente crudo nell’offrirci un percorso di formazione e di acquisizione di consapevolezza del sé alla luce di una introspezione intensa e anche dolorosa. La Murgia l’ha definito un “romanzo politico” tutto incentrato com’è sul concetto di potere che domina i rapporti umani, primi fra tutti quelli familiari, la figura del padre di Eleonora ne è l’emblema, ma sono impregnate di potere tutte le relazioni sentimentali, senza dimenticare che ogni relazione è, comunque, sentimentale, dirà Eleonora. Politico anche perché l’autrice, sempre attenta al problema delle donne, detronizza l’uomo per affidare stavolta il ruolo di mentore a Eleonora "infelice con classe", una donna la quale incarnerà la maestra intesa in senso ampio affiancando il giovane nella vita. E l’insegnamento non è solo un dare, non è mai –né mai può essere- unidirezionale: è un filtro a maglie larghe che permette un interscambio tra docente e discente quasi che, a un certo punto, i ruoli paiono confondersi. Una storia dal punto di vista dell’intreccio narrativo priva di eventi eclatanti, lineare, tutta basata sull’interiorità dei protagonisti e sul ruolo delle parole che paiono frutto di una scelta minuziosa e attenta, mai frutto della casualità, pesate una per una, accarezzate e adagiate delicatamente nella pagine per creare immagini eleganti e sonorità raffinate. Una curiosità: nella fase immediatamente precedente all’uscita del libro la Murgia ha aperto una pagina Fb a nome di Chirú, il quale ha interagito con i lettori e proposto il suo punto di vista, i suoi dubbi, le sue paure, scavalcando le pagine del libro per diventare, seppur in modo atipico,  “reale”. 


mercoledì 29 giugno 2016

A GALLA - Alessandro Toso

Titolo: A galla
Autore: Alessandro Toso
Editore: Scrittura & Scritture
Anno: 2016
Pagine: 367
Genere: Romanzo

Veneto, Castello D'Arquà. La Tecnobitum è una delle poche aziende che continua a resistere nonostante la crisi: un centinaio di persone riesce a vivere grazie ad essa. Il titolare è Renato Pappalardi, deciso e convinto. Già, convinto anche stavolta di farcela nonostante lo spettro della Cassa integrazione. Nonostante i germi di protesta dei suoi operai, in primis quel Franchino. Ma lui, il grande Pappalardi, ne uscirà indenne. Perché non dovrebbe?...

Dopo Destini verticali ambientato in cieli nevosi e montagne impervie, Alessandro Toso, scrittore trevigiano, torna in libreria con A galla che dipinge, con estremo realismo, quel fenomeno attuale, temuto e odiato: la crisi economica. 
Appena terminata la lettura mi è venuto in mente quel celebre passo di Fontamara di Silone
 « In capo a tutti c'è Dio, padrone del cielo.
Questo ognuno lo sa.
Poi viene il principe di Torlonia, padrone della terra.
Poi vengono le guardie del principe.
Poi vengono i cani delle guardie del principe.
Poi, nulla.
Poi, ancora nulla.
Poi, ancora nulla.
Poi vengono i cafoni.
E si può dire ch'è finito. » 
 



Mi è parso subito che A galla possa essere, in qualche modo, lo specchio di quel concetto espresso da Silone, fatti ovviamente gli opportuni riadattamenti. Il potere e le gerarchie questo il nucleo del romanzo, quelle maledette gerarchie caratterizzate da  fissità granitica di ruoli e di idee: perché, appunto, così è e così dev'essere. Senza, quasi, lasciar spiragli che possano permettere anche solo a  venticelli nuovi ( e non dico tempeste) di turbare o spostare quell'ordine precostituito considerato quasi sacro e inviolabile. Emblema di quel dio, di quel primo posto, Renato Pappalardi, personaggio senza scrupoli, senza umanità, insensibile a ciò che gli succede attorno (anche all'interno delle mura domestiche) che incarna colui che tutto può perché è assiso sul trono dorato (che, a ben vedere, di dorato ha ben poco). 
Una pluralità di personaggi ruota intorno alla vicenda della Tecnobitum che, come giudice impietoso, pare in grado di decidere le sorti e la vita di tutti, compresi i parenti stretti dello stesso Pappalardi. Tra questi anche personaggi forti che entrano, comunque, nel cuore perché riescono ad suscitare emozioni positive: strano, ma al mondo - nel mondo descritto - possono esistere anche esseri umani dotati di sentimento! E tutti quanti, negativi e positivi, seppur con modalità diverse cercano di sopravvivere, di stare, appunto, come significativamente ricorda il titolo, a galla in un mare -subdolamente calmo, in alcuni giorni e, decisamente agitato, in altri giorni - non benevolo. 
Una scrittura piana, scorrevole, ben ritmata, nella quale i vari intrecci tra le vicende si amalgamano armoniosamente.
Un quadro spietato di una realtà acre che fa riflettere e, in ogni caso, lascia intatto qualche filo di bellezza che riesce a sopravvivere in un mondo fin troppo crudele, un filo che, anch'esso, rimane a galla. Senza zattera di salvataggio, certo, ma comunque non affoga. 



lunedì 25 aprile 2016

IL CLUB DEGLI INTELLIGENTI - Ivo Murgia

"E fango è il mondo"
Titolo: Il club degli intelligenti
Autore: Ivo Murgia
Editore: Cenacolo di Ares
Pagine: 182
Anno: 2015
Genere: Romanzo 
  
Io mi immaginavo un Socrates con un fisico scolpito.Io mi immaginavo un Socrates bello come la luna, invece mi son ritrovata un gigolò decisamente diverso.

Pero simpatico, eh. Un romanzo divertente tutto basato sulla dicotomia sesso e filosofia, ma non solo. Pubblicato da Cenacolo di Ares nella Collana “Gli indipendenti” diretta da Igor Lampis la quale si pone l’obiettivo, come si legge nella prefazione di pubblicare “libri sicuramente diversi, che non sono scritti per altro scopo se non quello di raccontare un punto di vista puro e non distorto da altri interessi, come ad esempio quello economico” e questo è già un buon punto di partenza. Ma, eccovi Socrates.

Tra le vie di Cagliari incontriamo lui, Socrates. Ma come il calciatore brasiliano? Ma no! Come il filosofo ateniese, chiaro. Già, Il nostro Socrates, in quel di Cagliari, elabora una teoria filosofica rivoluzionaria: la teoria della mediocrità. Proprio così: il mondo è ingiusto perché governato dai mediocri che continuano a moltiplicarsi e a spalleggiarsi a vicenda. È in ciò che risiede l’ingiustizia del mondo. Interessante e apocalittica teoria che anche se non fornisce una soluzione, almeno dà una spiegazione e questo non è poco! Il suo lavoro non ha ancora ottenuto un riconoscimento dalla comunità filosofica internazionale e, in ogni caso, per tornare su argomenti più terreni, (il filosofo mi scuserà) anche i filosofi devono mangiare ragion per cui quello del filosofo è diventato per Socrates il suo secondo mestiere. Non a caso egli ha anche un altro mestiere, il primo. Fa il gigolò alla faccia della sua incipiente calvizie e del suo sovrappeso. E si impegna a far contente le varie Simoana, Genni, Sindi che richiedono i suoi favori. Donne annoiate, borghesi e non solo, milf con odore di ospizio, masochiste, sadiche: di tutto un po’. Certo poi c’è stato anche quel massaggio prostatico che proprio un bel ricordo non è stato. Poi c’è anche lei, il suo amore: Antonia. Ah! Quanto ci credeva in quella storia. Ma lei deciderà di lasciarlo e lo lascerà a fare i conti con il mostro della solitudine che, per lui, significa solo noia. E non dimentichiamo anche gli incidenti sul lavoro: la “rottura della tonaca albuginea dei corpi cavernosi”. Cioè quando, nel senso vero del termine, si era rotto il cazzo…

Il club degli intelligenti raccoglie tre lunghi racconti redatti nel corso degli ultimi anni dall’autore sardo, il cui filo conduttore sono le avventure porno-erotico-sentimentali nonché filosofiche di Socrates. Una lunga serie di peripezie tragicomiche, al limite del grottesco, nel quale il nostro eroe si troverà coinvolto, tutte narrate con una abbondante dose di ironia. Ma oltre l’aspetto leggero e comico è facile individuare delle note malinconiche e talora amare nascenti da riflessioni profonde sullo stato dell’umanità dominata, appunto, dalla mediocrità, dalla necessità – che si fa quasi bisogno – di seguire le mode del momento. 

“Così andava il mondo e il mondo faceva schifo, la vita era ingiusta ed era perfettamente inutile cercare una logica dove non ce ne poteva essere. Arrivederci e grazie.” Pag. 139


Brutto posto, il mondo pare dire il filoso-gigolò in slanci di leopardiana memoria che, tra un letto e l’altro, medita sulla solitudine dell’uomo quella solitudine che, erroneamente, viene scambiata, tanto per indorare la pillola, con la libertà cui si accompagnano considerazioni sulla realtà cagliaritana e sarda in generale e sul fatto che, spesso, non si conosca la propria storia, le proprie origini. Divertente senza essere frivolo, leggero e profondo allo stesso tempo, il romanzo è un’ottima occasione per trascorrere alcune ore di piacevole lettura e solidarizzare con Socrates il quale, un po’ come tutti noi, “fa quel che può” in un mondo dominato da ingiustizie dove i meriti e le capacità individuali contano sempre poco. Illuminante, a tal proposito, la figura del giovane precario plurititolato che trascorre le sue giornate a fare fotocopie.


“Non c’era da meravigliarsi, le cose non funzionavano perché il mondo era pieno di gente che non faceva un tubo per il semplice motivo che non sapeva fare un tubo, tutto qui. Lo sapeva bene e da tempo. Chi era in grado di fare qualcosa, veniva utilizzato per fare fotocopie e scaricare mail con allegati ad assessori impossibilitati e strapagati, il tutto per una miseria al limite dell’offensivo.” (Pag.25)


Triste, certo, ma anche tremendamente vero. Non passa inosservato lo stile brillante, scorrevole e lineare dell’opera che inserisce, nella trama, termini inglesi tutti rigorosamente riportati nel rispetto della fonetica italiana che raggiungono l’effetto di ampliare la comicità delle vicende tra Cagliari e interland, tra una milf mancata e una lediboi.

sabato 19 marzo 2016

LETTINO - Martha Medeiros

Parole sdraiate

 Titolo: Lettino
Autore: Martha Medeiros
Editore: Beat
Anno: 2012
Pagine: 125
Traduzione: Cinzia Buffa
Genere: Romanzo

Bella scoperta questo piccolo e grazioso romanzo, dal titolo peraltro azzeccatissimo, della cui autrice conoscevo solamente la famosa poesia Lentamente muore, la stessa che, spesso, viene attribuita a Neruda.

È la sua prima seduta e Mercedes non sa bene cosa dire, come e da dove incominciare. Certo, è benestante, è sposata, ha tre figli, ha perso sua madre quand'era ancora bambina, ha un lavoro che le piace. Insomma, pare tutto in regola. Be', forse potrebbe dire al Dott. Lopes quanto odi parlare di bambini, di donne di servizio o di saldi, certo: forse è importante dirglielo. Anche se la domanda che, in continuazione, si ripete è cosa ci faccia dal Dottor Lopes. Per esempio, lei non soffre, che so, di cleptomania, non fa uso di droghe, non ha mai avuto crisi di panico e-guarda un po'- non si sente mai triste. Vorrebbe più che altro sapere chi è il vero capo tra tutte quelle persone che lei è: chi comanda dentro di lei? Perchè, Mercedes ammette "mi confondo con tante autorità, non so bene a chi obbedire"...

Così inizia l'analisi di Mercedes, donna che, prima facie, risulta forte e decisa, ma quando il percorso terapeutico prosegue iniziano a aprirsi delle falle in quel quadro che lei - artista naif? - ha dipinto con colori tenui e rassicuranti. E, piano piano, dal suo passato, remoto e prossimo, vengolo fuori tasselli dell'imperfezione che vanno a sovrapporsi, per sostituirla, a quella tela originaria.  E riaffiorano, galleggianti, i dolori antichi: in primis quel dolore di Mercedes bambina per il quale si è privata del sacrosanto diritto di soffrire e, a cascata gli altri: il lavoro, il marito, i figli. 

"Avevo otto anni quando morì mia madre, e da quel momento è accaduta una cosa strana: io che avevo tutti i motivi per soffrire non ho colto l'occasione. Se soffrire era tutto quello che si aspettavano da me, li ho sorpresi diventando matura prima del tempo, evitando di dare altre preoccupazioni a mio padre." (Pag. 11)

 Costruito come un lungo monologo, un flusso continuo di pensieri nel quale, appunto, l'unica voce narrante è Mercedes e gli altri personaggi ci vengono presentati attraverso la sua visione, Lettino è una lettura avvolgente che, in qualche astruso modo, ci porta quasi materialmente  a sdraiarci nel "lettino" di qualcuno disposto ad ascoltarci. 

Il percorso terapeutico della protagonista dura tre anni ed è possibile assistere alla sua evoluzione, ad una sua rinascita - o meglio, a una sua nascita - nella quale imparerà a ridere e a piangere perché, forse per la prima volta nella sua vita, non si è costruita verità a tavolino e ha rinunciato a schemi perfetti per vagare nel suo passato e nel suo presente. E nonostante il boato del suo mondo crollante sia stato assordante è anche vero che qualche piccolo frammento prezioso è rimasto per ricomporsi, in modo diverso, ma sicuramente più vero.