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sabato 15 luglio 2017

QUELLO CHE È SUCCESSO A JOANA – Valério Romão

Arsenico e perdite

Titolo: Quello che è successo a Joana
Autore: Valério Romão
Editore: Caravan
Anno: 2017
Genere: Romanzo
Pagine: 120
Traduzione: Vincenzo Barca


Questo piccolo romanzo inizia con un sogno che, già da solo, varrebbe un libro a parte per la sua efficacia. E la dimensione onirica permarrà per tutta la lettura, mescolandosi con una realtà troppo dura da accettare e da vivere. Quello che è successo a Joana è un romanzo di forte impatto emotivo, capace di sconvolgere e di angosciare e, sia chiaro, non solo per la storia in sé che è atroce, ma per la potenza della penna di Romão: una penna che riesce a creare ferite profonde, a soffocarci quasi. E, naturalmente, per l'ottima traduzione di Vincenzo Barca.

Joana si sveglia, gridando, da un brutto sogno. L’ultimo fotogramma che ricorda di quell’incubo terribile sono le sue gambe ricoperte di sangue. Si siede sul letto e, al suo fianco, vede il marito Jorge il quale continua a dormire incatenato nel suo solito sonno pesante, era stanca sicuramente. Lei lo copre, fa freddo: è dicembre. Dicembre è un mese triste, quello che le piace meno perché freddo e ostile, il mese in cui morirono i suoi genitori. Scosta le lenzuola, crede di aver riportato nella realtà l’ultimo frammento di sogno: ha la sensazione di avere le gambe bagnate di sangue. C’è una pozza, la sente, verifica con la mano: non è sangue. Si tratta di un liquido trasparente dall’odore agrodolce e comprende che, nella realtà, le si sono rotte le acque. Scuote Jorge per svegliarlo. Bisogna andare subito in spedale. Il bambino vuole nascere al settimo mese. Per fortuna che lei, previdente e precisa, aveva preparato tutto in anticipo e, chiaramente, anche la roba per un prematuro. Anche per uno scricciolo di sole 31 settimane…

Quello che è successo a Joana è il secondo romanzo del poeta, traduttore e e scrittore portoghese che con Autismo, edito nel 2012, dovrebbe far parte della trilogia Paternidades faalhads – paternità mancate. Già perché è di perdite, di mancanze, o, meglio, di ciò che sarebbe potuto essere ma non è stato che parla questo intenso romanzo. Romão, con la sua scrittura ritmica, sincopata ci trascina – con Joana – in una storia vorticosa che ha il sapore dell’assurdo. 
La vicenda si svolge nell’arco di una giornata che pare un’eternità tra un ambiente ospedaliero -che riporta le atmosfere del racconto Sette piani di Dino Buzzati e anche Il castello di Kafka- e i pensieri deliranti, sospesi tra la dimensione reale e quella onirica della protagonista. 
Sono i pensieri di Joana che dominano la scena, il suo flusso di coscienza riportato dall’autore come se lui stesso fosse Joana, come se anche il lettore diventasse Joana e vivesse, in prima persona, il suo dramma. Parole a cascata, assenza di punteggiatura, un affannarsi, di corsa, verso un baratro, dolore e sogno che si fondono e si diramano caoticamente. Romão ci regala una storia che turba, scuote l’anima, ci offre una massiccia e amara dose di arsenico  e dopo averci inebriato con quel veleno ci regala un fulmineo momento di serenità, quasi di pace. Forse.                        

domenica 9 luglio 2017

TOCCA A TE - Kgebetli Moele

Mettersi in fila
Titolo: Tocca a te
Autore: Kgebetli Moele
Editore: Epoché
Anno: 2010
Pagine: 188
Genere: Romanzo
Traduzione: Monica Martignoni

Ho letto questo libro qualche anno fa e ne rimasi colpita per la massiccia dose di cinismo in esso presente. Un romanzo forte e senza pietà che raggiunge picchi di crudeltà altissimi. Ottima prova narrativa indubbiamente.

Due libri. Il libro dei vivi e il libro dei morti. Kutsho è un bimbo sudafricano un po’ infelice, che ama le feste e ama tanto ballare. Egli è soprattutto un bimbo che parte da una situazione svantaggiata. Si guarda attorno e vede le differenze tra la sua vita e quella degli altri bambini. Un giorno si chiede perché a casa sua non ci siano mai feste, perché il Natale è una cosa che accade solo nelle altre famiglie. Sua madre gli dà la risposta: quelle famiglie, dice, “possiedono un’auto e danno feste perché se lo possono permettere”. È da quel momento che l’obiettivo del piccolo Kutsho diviene quello di studiare, e tanto, di diventare qualcuno e, soprattutto, di uscire dalla miseria. Desidera la ricchezza e farà di tutto per ottenerla. Kutsho cresce e, piano piano, realizza i suoi sogni. Fino a che nella sua vita, quasi ormai perfetta, non succede qualcosa che cambia tragicamente le carte in tavola e lo porta a compilare, con una diligenza che sfiora la follia, un altro libro: il libro dei morti, di fattura artigianale ed elegantemente rilegato in pelle nera...

Secondo romanzo di un giovane scrittore sudafricano che è stato annoverato dal Sunday Indipendent tra i migliori libri dell’anno 2009. Un libro, attualmente fuori catalogo, crudo, agghiacciante e originale nel quale il protagonista indiscusso non sono certo i sogni, non è l’amore – pur presente – non è la bellezza – anch’essa presente - ma è il virus dell’HIV. È l’impalpabile virus che diviene voce narrante. Che domina e muove le sue pedine in una immaginaria scacchiera dove si gioca una partita con la morte. E si sa già chi sarà il vincitore. Una realtà triste e attuale raccontata in modo inusuale poiché Moele capovolge, abilmente,  gli usuali canoni di narrazione proponendoci un nuovo modo per avvicinarci e conoscere  questa realtà. Infatti, non sono più i malati che parlano, soffrono o si disperano. Non ci sono esami ematochimici né corsie di ospedali con camere asettiche né, tantomeno, terapie da rispettare. No, loro tacciono lasciando la parola a  quel mostro, che assetato di sangue come un vampiro, cerca corpi – giovani o meno giovani, ma rigorosamente sani - nei quali fare ingresso in modo spietato e, al tempo steso, subdolo. Perché quel mostro che non regala neanche una piccola speranza ha bisogno di allargare le schiere della sua legione infernale. Questa è la sua missione, da compiere senza un briciolo di pietà. Per nessuno. Senza discriminazioni, in nome di un assurdo principio di eguaglianza – sostanziale e formale - che, necessariamente, deve trovare applicazione. Con uno stile serrato ed essenziale Moele tratta un argomento molto delicato e tragico in modo cinico, quasi crudele, con una lucidità che lo allontana notevolmente da quei pietismi nei quali spesso cade la letteratura che affronta simili tematiche. Duecento pagine che suscitano interesse e scorrono via piacevolmente pur lasciando al lettore l’amaro in bocca.



venerdì 30 giugno 2017

L'AMORE NECESSARIO - Nadia Fusini

Cuore animale

Titolo: L’amore necessario
Autore: Nadia Fusini
Editore: Mondadori
Anno: 2008
Pagine: 130
Genere: Romanzo

La scrittura è un’arma, una cura, un parlare senza interruzioni, spesso a noi stessi. Con estremo coraggio.

"Siamo vuoti, tutti vuoti... o sono io, io sola, a non possedere nulla? Io sola a provare la sottile, inestirpabile, vorace sensazione che la vita non sia mai quella che vivo, ma sempre un'altra? È strano, ma non ho mai avuto la forza di illudermi di essere qualcosa... La mia forza è un'altra, ambigua, intrisa di orgoglio e di vergogna. Si nutre di coraggio, si affama di paura. Conta sul cuore, per me è questo l'organo dell'intelligenza. Col cuore penso. Che esiste il mondo, me lo assicura il mio cuore animale, vivo, pulsante…”

Alla luce di una lampada al neon una donna è seduta nel tavolino di un bar semideserto di un aeroporto. All’altro capo del tavolo siede uno sconosciuto che beve una birra. Un luogo qualunque. Lei pensa a quanto sia singolare il fatto che un luogo estraneo possa condurci dentro noi “così nel profondo, al centro di pensieri che non riusciamo a formulare quando ci aggiriamo in spazi che ci sono familiari.” La donna si sente sola perché lui, il suo lui, definisce libertà cioè che, invece, è un’assenza, il vuoto della sua presenza. E lì, in quel luogo estraneo, con quella solitudine che la assorbe sente un bisogno incontenibile di scrivergli. Prende un quaderno, per mettere a nudo la sua anima. Per parlare d’amore, del loro amore, di come accadde quel miracolo che, a ben vedere capita sempre nello stesso modo: due creature separate, quasi senza volerlo, si confondono. La mente torna al giorno nel quale si incontrarono. Per puro caso. Nessuno lo scelse, accadde appunto. Lei lo amava perché lui era lì e stava diventando il suo destino. Piano piano, parola per parola, la donna inizia ad avventurarsi in un precipizio d’amore che, lì in quel luogo estraneo, urla e protesta…

"Ma tu non sapevi, allora, di stare attizzando un fuoco che t'avrebbe bruciato, facevi così perché obbedivi alla legge impersonale della vita.
Chi è vivo cerca la vita, la fiamma."

Nadia Fusini, figura di spicco del panorama letterario italiano, nota in particolare per le sue traduzioni di autori del calibro di Virginia Woolf e di Shakespeare, per citarne solo qualcuno,  ci regala un romanzo epistolare che dimostra quali vette e luoghi nascosti dell’anima una lettera possa raggiungere. Con un linguaggio elegante, ricco di riferimenti a temi classici, le parole della protagonista ci portano nell’universo magico, tormentato e misterioso dell’amore, con una continua alternanza di delicatezza e di durezza entrambi necessari per descrivere un sentimento ricco di mille sfumature e sempre difficile da definire univocamente perché Amore è prigione, Amore turba, sconquassa, ma non finisce mai di incantare. La sua scrittura diviene lo specchio dentro il quale l’anima può rimirarsi, esprimersi, urlare. E la donna che scrive urla, si interroga, scava continuamente nei meandri del suo passato, del suo presente, del suo cuore riuscendo a dargli voce e una forma che sia vera. Perché è questo che lei, in fondo cerca: la verità ,o meglio, per dirla con le parole della stessa Fusini “La volontà di questo personaggio è quella di non lasciarsi ingannare perché l’innamoramento è spesso un inganno, come Titania che si innamora dell’asino.”


mercoledì 10 maggio 2017

LA FIGLIA DEL FUORILEGGE - Maria Venegas

Bajaron al Toro Negro.

Titolo: La figlia del fuorilegge
Autore: Maria Venegas
Editore: Bollati Boringhieri
Anno: Anno 2014
Genere: Romanzo biografico
Traduzione: Manuela Faimali
Pagine: 376

Come un dondolio, talora lieve, talora pesante, tra odio e amore. Tra rabbia e comprensione. Tra indifferenza e voglia di conoscere. Intenso.

New York. Maria riceve una telefonata dalla sorella la quale le comunica che il loro padre, José, è stato vittima di un’imboscata, Maria continua a sfogliare il menù che ha davanti agli occhi e, distrattamente, chiede alla sorella se il padre sia morto. Già quel padre che anni prima lei, e il resto della sua famiglia, ha deciso di eliminare dalla propria vita, quel padre violento, aggressivo, che sparava in aria durante la notte, quello stesso padre che ha ucciso il fratello di sua moglie. Ma anche quel padre che la esortava a difendersi, a non farsi sottomettere, quel padre che, con vanto, la mostrava ai suoi amici elogiandone il coraggio. Nonostante l’odio e la rabbia accumulati nel corso degli anni e nonostante le ferite subite, Maria – ormai divenuta donna - deciderà di recarsi in Messico dove si trova il “fuorilegge”…

Maria Venegas, messicana emigrata negli Stati Uniti all’età di quattro anni, ha messo nero su bianco  le vicende della sua vita in un memoriale sincero e, spesso, crudo come solo la verità sa essere. L’opera è un alternarsi di passato e presente e mette a fuoco aspetti non solo della propria vita ma anche, e soprattutto, della vita avventurosa e fuori dalle regole di suo padre. E se, in una prima fase, il sentimento dominante è quello della repulsione, dell’odio nei confronti del genitore si assiste, successivamente, a un ammorbidimento delle rigide posizioni iniziali dovuto alla forza, spesso dirompente, dell’amore e dei legami di sangue. Quasi a voler dimostrare come nei rapporti familiari  - per quanto difficili possano essere -si tenda, comunque, a scavare a fondo senza sosta in virtù di una molla, che sia essa l’amore filiale o la pietas, che porta ad andare avanti, a proteggere e, forse solo, a conoscere meglio il genitore. Un romanzo vero, intenso e carico di fascino che regala continuamente al lettore emozioni forti.


lunedì 8 maggio 2017

PENTAMERONE BARBARICINO - Gianfranco Cambosu

Attese

Titolo:  Pentamerone barbaricino
Autore: Gianfranco Cambosu
Anno: 2009
Editore: Fratelli Frilli
Pagine: 307
Genere: Romanzo noir

Siamo in Sardegna e un gruppo di amici, amici più per necessità che per scelta, tenta di attuare una rapina ai danni di una banca. È il colpo della loro vita.
Con la descrizione di un piano dettagliato inizia tra le montagne barbaricine, in una fredda giornata nevosa, il Pentamerone barbaricino, titolo che porta, inevitabilmente, a ricordare le novelle del Decamerone di Boccaccio; con la differenza che, nel nostro romanzo, i narratori si riuniscono non per sfuggire alla peste, o forse sì. Tutto dipende da che concetto di peste si assume. Tutto è relativo.
Una rapina che non va come previsto, qualcosa in quel meccanismo ben ideato si inceppa, sopravvivono due rapinatori soltanto : Tinteri, il “buono”, e Cadena, il “cattivo” i quali, causa l’evolversi degli eventi, sono costretti a rimanere reclusi in banca con due ostaggi. Attendono che la situazione muti, attendono come sempre hanno fatto nella loro vita, ma alla fine nulla cambia o il cambiamento è diverso da quello che avevano previsto. Come sempre.
Trascorrono alcune notti all’interno di quella gelida banca nelle quali le riserve di gasolio stanno per terminare e si sente nell’aria il presagio di un gelo ancora più freddo della neve che cade silenziosa dal cielo della Barbagia.
Nell’attesa di una macchina che li conduca lontano, nell’attesa, comunque, di qualcosa iniziano a raccontare storie, brevi “favole” nelle quali il lieto fine è solo una chimera.
Ogni racconto, che si sviluppa nell’arco dei giorni della reclusione, non è altro che un estratto delle loro misere esistenze.
In questo raccontarsi emergono temi che hanno colorato le loro vite: la vita dell’ostaggio è stata dipinta con i colori del satanismo, quella di Tinteri dai colori opachi della faida e quella di Cadena dalle forti tinte della violenza.
Emergono dalla penna di Cambosu, delicata, quasi silenziosa ma efficace, argomenti difficili quali quello della faida dai quale affiora la figura della donna-madre sarda, dura e ferma come il suo sguardo. Una donna che non parla, ma sa, prevede, comprende e ordina con il solo ausilio del suo dignitoso silenzio maturato in un giaciglio di dolore, di tragedie e di continui lutti destinati a perpetuarsi all’infinito. Catene che sembrano destinate a non spezzarsi mai.
Emerge anche una sorta di fatalismo, quasi l’impossibilità per i protagonisti di allontanarsi troppo dal loro mondo, un passo oltre il confine disegnato da quello strano destino li riporta come una calamita verso ciò che sono sempre stati, verso il loro mondo originario. E non manca la voglia di riscatto, non mancano i tentativi di evasione, non mancano i sogni.
Umani, fin troppo umani con il fardello delle loro paure, del loro passato, del loro dolore che non è individuale, ma è familiare, un dolore di stirpe.
Tinteri e Cadena, sino alla fine, sperano, con tenace ottimismo, di uscire dalla banca con le tasche piene di denaro nonostante abbiano la percezione che qualcosa, fuori dalle porte scorrevoli della banca, non stia andando come dovrebbe.
Perché è chiaro che là fuori ci sia qualcosa di anomalo e di inspiegabile razionalmente, una fitta nebbia di mistero che si chiarirà, in modo peraltro surreale, solo al termine del romanzo.
Lo stile di Cambosu è molto lineare. È ripetuto l’uso di termini sardi che non appesantiscono la lettura, anzi hanno l’effetto di regalare al lettore, anche al lettore non sardo, qualcosa in più; quei termini in corsivo, non ostacolano il percorso di lettura proprio perché con essi lo scrittore ci dà delle tenui sfumature che abbelliscono e rendono vive le immagini.




giovedì 4 maggio 2017

LA DISFIDA - Giorgio Caponetti

Ostrega!

Titolo: La disfida
Autore:Giorgio Caponetti
Editore: Marcos Y Marcos
Anno: 2016
Genere: Romanzo
Pagine: 383

Tra Venezia e Trani si muovono, frizzantemente, i protagonisti di questo avventuroso romanzo. Caponetti è stata, senza dubbio, una bella scoperta. Divertente e scoppiettante quanto basta.

Venezia, 2013. “Ostrega de n’ostrega, che giornà de merda!”  con queste parole inizia la giornata, di Alvise Pàvan de Canal. Una giornata iniziata male e che pare promettere il peggio. All’alba giunge la telefonata con la quale gli comunicano che il suo bellissimo stallone lipizziano, Napoleone, si era ritrovato con una gamba storta e impossibilitato a tirarsi su. Alvise, addolorato, si precipita a Sant’Erasmo per comprendere che, da quel giorno, non avrebbe mai più avuto un cavallo. Torna a Venezia perché ha un appuntamento con il notaio per la vendita della barca, precisamente il Sangermani che, si sa, tra le barche è . “quello che uno Stradivari è fra i violini”, cosi diceva suo padre, il conte Zeno. E mentre si accinge ad entrare nell’ufficio per la firma riceve un messaggio al cellulare: è della sua ex moglie, vuole parlargli. Solo quello ci mancava: proprio una giornà de merda. Che fare? Partire, ovvio. Dove? Dove il vento lo porterà. E, appunto, con la sua barca trasportata dal vento giungerà a Trani. Sarà accolto dal famoso ammiraglio Diomede che lo invita a cena e, in tale occasione, gli mostra una pergamena datata 13 settembre 1503 a firma di un suo antenato, nonché omonimo, il quale riconosce il suo debito, ammontante a dieci ducati, nei confronti del signor Agamennone Diomede con annesso tasso di interesse nella misura del 5%. C’è un debito e, come tale, va onorato. Ma chi era quel suo antenato? E perché contrasse quel debito?....

Alvise Pàvan dal Canal, gentiluomo veneziano amante dei cavalli e del mare, è il personaggio nato dalla penna di Giorgio Caponetti che, con La disfida, giunge alla quinta avventura di quella che è stata una fortunata serie iniziata con Due belle sfere di vetro ambrato. Alvise, ha raccontato l’autore è nato durante una passeggiata a Venezia quando lo stesso ha immaginato una sorta di Indiana Jones che fosse, in qualche modo, simile all’autore esperto di cavalli e “siccome parlare di cavalli a Venezia poteva sembrare strano, tanto valeva esagerare”. Strutturato in un alternarsi di due epoche storiche differenti, quella attuale e quella rinascimentale, La disfida ci offre una storia appassionante e intrigante ricca di momenti divertenti e di quel pizzico di mistero che ne fanno un libro piacevolissimo da leggere grazie, appunto, alla mescolanza perfetta di elementi differenti. Su tutto dominano le buone maniere del protagonista e il suo amore sia per il mare sia per gli animali che costituiscono la base su cui si muovono i fili della storia. Da non trascurare l’uso delle espressioni in dialetto veneziano che arricchiscono, colorandole vivacemente, le vicende narrate. E alla fine non resta che attendere una nuova avventura del nostro gentiluomo, che si mormora sarà ambientata in Sardegna, sperando in giornà non troppo di merda.


mercoledì 26 aprile 2017

LA GENTILEZZA - Polly Samson

Tradimenti, con grazia

Titolo: La gentilezza
Autore: Polly Samson
Editore: Unorosso
Anno. 2015
Genere: Romanzo
Traduzione: Daniela di Falco
Pagine. 290

Oh, ma che bella parola: gentilezza.
Oh, che bel suono: gentilezza.
Una parola che evoca immagini positive, dai bei colori, che fa bene al cuore.
Peccato che, spesso, dietro quella parola si annidino delle armi capaci di stravolgere intere esistenze, capaci di scardinare certezze e di rimettere in discussione tutto quanto. Perché alla fine le parole, ogni parola, ha in sé qualcosa che potrebbe trasformarsi in un veleno. Un veleno gentile, ma pur sempre veleno. Bruciante, asfissiante, doloroso.

1989. Nasce un amore quello tra Julian, studente universitario e Julia, di otto anni più grande e sposata con un uomo violento e aggressivo.  
Agosto 1997, Firdwais. Julian è solo. Mira, sua figlia non c’è più. Julia, nemmeno.
Si sveglia da un sonno indotto dai farmaci in “un mattino che non dà ragioni per svegliarsi”. Allunga la mano verso l’ultimo cassetto della scrivania e, come ogni giorno, deve tenere a bada l’impulso di controllare: quel cassetto contiene una scarpetta in pelle morbida, la sinistra, con cinturino alla caviglia e fibbia d’argento che Mira aveva quasi imparato ad allacciarsi da solo. Lui è solo in quel tanto desiderato cottage.  Senza le sue donne: Mira e Julia. Solo con il suo dolore.

La Unorosso dà alle stampe il secondo romanzo di Polly Samson scrittrice, giornalista e paroliera britannica, nonché moglie, dal 1994, di David Gilmour per il cui gruppo, i noti Pink Floyd, ha scritto alcune canzoni.

La gentilezza, nonostante la delicatezza del titolo che evocherebbe ben altro, è un romanzo crudo e difficile. Difficile perché parla di sentimenti, di vita, di rapporti familiari, di malattia, di tradimento.  E, siamo onesti, quando si tratta di tali argomenti nulla è mai facile. Strutturato alternando diverse voci e costruito a tasselli in modo da regalarci un quadro definitivo della storia solo a fine romanzo, La Gentilezza è un’opera complessa e densa nella quale manca un rigoroso ordine cronologico. Il lettore si trova sbalzato dal presente al passato in continuazione, in un vorticoso ripetersi di flashback che costituiscono il nucleo fondamentale delle vicende.  
Un romanzo particolare dal punto di vista stilistico e della struttura, ma anche appassionante, intenso e doloroso che lascia l’amaro in bocca e apre la strada a molte riflessioni volte a comprendere (senza riuscirci, forse) fino a che punto può spingersi un sentimento, fino a che punto può diventare evanescente la linea di confine tra il fare del bene e il fare del male, perché – a ben pensarci – una linea netta di demarcazione forse non sempre è possibile. Rimane certo, invece, il peso insopportabile di un tradimento così come il peso, che ha il suono di un urlo lacerato di dolore, della perdita di un qualcosa che si ama più della nostra stessa vita.  

mercoledì 20 luglio 2016

EREDITÀ - Lilli Gruber

"Heimatando"

Titolo: Eredità. Una storia della mia famiglia tra l’Impero e il fascismo
Autore: Lilli Gruber
Editore: Rizzoli
Anno 2012
Pagine: 354
Genere: Romanzo

Un vecchio diario. Tutto è partito da lì. Poi le storie familiari che si intrecciano con la Storia. Una riscoperta del passato e di se stessi.

Sudtirolo, piccolo villaggio di Pinzon. Rosa Rizzolli, nata Tiefenthaler, prende il suo diario con la copertina in pelle marrone e, dopo aver intinto la penna nell’inchiostro, annota in tedesco antico “Novembre 1918”. Non indica il giorno perché non è necessario: ogni santo giorno di quel nefasto mese è stato segnato da sofferenze. Il suo piccolo grande mondo sta per spezzarsi: dopo l’armistizio con l’esercito italiano il Sudtirolo passerà all’Italia. Rosa soffre perché è conscia del fatto che la sua vita cambierà drasticamente, teme per la sua famiglia, per tutto il suo popolo e per la sua identità ormai minata. Si avvicina al lettino dove dorme la sua ultima figlia, la piccola Hella di soli due anni, e si chiede, senza darsi una risposta,  se quella giovane creatura innocente potrà un giorno conoscere la felicità…


Il ritrovamento del diario della bisnonna  ha offerto a Lilli Gruber, volto noto della televisione italiana, il primo spunto per dare alle stampe un romanzo sincero e appassionato nelle cui pagine la sua famiglia diviene il filtro attraverso il quale si snodano gli eventi storici che coprono un arco di tempo che va dalla fine dell’ottocento sino al fascismo. La Gruber che è cresciuta “in un continuo dialogo con il passato che non voleva passare” ha continuato questo dialogo intenso mettendo nero su bianco i travagli di un popolo, quello del Sudtirolo, e la sua dura lotta per conservare l’identità dando voce a quel sentimento che lega le persone alla propria heimat che è un concetto che va al di là di quello, troppo riduttivo, di patria o di luogo natio, è un sentimento ben più profondo, viscerale e perciò stesso intraducibile. Pagine intense quelle di Eredità nelle quali la forte carica emotiva si unisce armoniosamente con la verità storica spesso crudele, spesso difficile da accettare. 

venerdì 15 luglio 2016

CHIRÙ - Michela Murgia

"Affinità"
Titolo: Chirú
Autore: Michela Murgia
Editore: Einaudi
Anno: 2015
Pagine: 200
Genere: Romanzo


Mi incuriosiva molto leggere l’ultimo romanzo della Murgia soprattutto per le recensioni contrastanti lette in giro. Due i blocchi contrapposti: da un lato quelli che “manca una trama”, o anche “è un esercizio di stile”, dall'altro quelli che “è bellissimo”. Aggiungerei il terzo blocco: quelli –adorabili come l’eritema - che non hanno letto, non leggeranno il romanzo “ché tanto è brutto” Ma dove sta la verità? Non c’è una verità, chiaro. C’è però una storia, d’amore, di sentimenti certo. E c’è l’uso sapiente, scelto, delle parole che emerge in ogni riga. E poiché credo  che l’uso delle parole faccia la differenza in uno scrittore (ma guarda un po’!) io l’ho apprezzato.

"Chirù venne a me come vengono i legni alla spiaggia, levigato e ritorto, scarto superstite di una lunga deriva."
Sardegna, Cagliari. Eleonora, attrice di teatro affermata, ha trentotto anni quando incontra il diciottenne Chirú. Il giovane, quel giorno, è convinto, perché così qualcuno erroneamente gli ha fatto credere, di dover suonare il violino nel palco accanto a lei durante lo spettacolo. Eleonora gli spiega come preferisca recitare in silenzio. Al termine della rappresentazione quel giovane, vestito da adulto, con le braccia fin troppo lunghe e con appresso il suo violino, con il candore dei suoi anni chiede all’attrice se può seguirla a cena. Lei accetta. La loro non fu un’immediata affinità elettiva, lei semplicemente “lo riconobbe dall’odore delle cose marcite che gli veniva da dentro” forse perché quell’odore Eleonora lo  conosceva bene: era lo stesso suo. A tavola, tra altre persone che paiono quasi sfumate, i due conversano, ma lei vuole sapere esattamente cosa ci faccia lui con lei e Chirú, con sfrontatezza, afferma di volere che lei lo accompagni “anche se non sapeva dove andare” perché la donna conosce tante cose e lui vuole imparare, e tanto. Un allievo. Ancora? Sarebbe giusto? Sono passati ben otto anni dall’ultima volta che Eleonora ha preso con sé il suo terzo e ultimo allievo, o meglio quello che credeva fosse l’ultimo: ora ci sarà Chirú, il quarto…

Dopo Accabadora che le valse, tra gli altri, il premio Campiello l’autrice sarda torna, dopo sei anni, in libreria con un nuovo romanzo anch’esso ambientato prevalentemente in Sardegna seppur lontano dalle atmosfere ancestrali e magiche dell’opera precedente. Romanzo scritto in un momento particolare e di certo difficile della sua vita privata, "non è un libro autobiografico, ma racconta molto della mia vita" ha, infatti affermato la Murgia, Chirú, suddiviso non in capitoli, ma in 17 lezioni e un compimento finale, si presenta fortemente crudo nell’offrirci un percorso di formazione e di acquisizione di consapevolezza del sé alla luce di una introspezione intensa e anche dolorosa. La Murgia l’ha definito un “romanzo politico” tutto incentrato com’è sul concetto di potere che domina i rapporti umani, primi fra tutti quelli familiari, la figura del padre di Eleonora ne è l’emblema, ma sono impregnate di potere tutte le relazioni sentimentali, senza dimenticare che ogni relazione è, comunque, sentimentale, dirà Eleonora. Politico anche perché l’autrice, sempre attenta al problema delle donne, detronizza l’uomo per affidare stavolta il ruolo di mentore a Eleonora "infelice con classe", una donna la quale incarnerà la maestra intesa in senso ampio affiancando il giovane nella vita. E l’insegnamento non è solo un dare, non è mai –né mai può essere- unidirezionale: è un filtro a maglie larghe che permette un interscambio tra docente e discente quasi che, a un certo punto, i ruoli paiono confondersi. Una storia dal punto di vista dell’intreccio narrativo priva di eventi eclatanti, lineare, tutta basata sull’interiorità dei protagonisti e sul ruolo delle parole che paiono frutto di una scelta minuziosa e attenta, mai frutto della casualità, pesate una per una, accarezzate e adagiate delicatamente nella pagine per creare immagini eleganti e sonorità raffinate. Una curiosità: nella fase immediatamente precedente all’uscita del libro la Murgia ha aperto una pagina Fb a nome di Chirú, il quale ha interagito con i lettori e proposto il suo punto di vista, i suoi dubbi, le sue paure, scavalcando le pagine del libro per diventare, seppur in modo atipico,  “reale”. 


mercoledì 29 giugno 2016

A GALLA - Alessandro Toso

Titolo: A galla
Autore: Alessandro Toso
Editore: Scrittura & Scritture
Anno: 2016
Pagine: 367
Genere: Romanzo

Veneto, Castello D'Arquà. La Tecnobitum è una delle poche aziende che continua a resistere nonostante la crisi: un centinaio di persone riesce a vivere grazie ad essa. Il titolare è Renato Pappalardi, deciso e convinto. Già, convinto anche stavolta di farcela nonostante lo spettro della Cassa integrazione. Nonostante i germi di protesta dei suoi operai, in primis quel Franchino. Ma lui, il grande Pappalardi, ne uscirà indenne. Perché non dovrebbe?...

Dopo Destini verticali ambientato in cieli nevosi e montagne impervie, Alessandro Toso, scrittore trevigiano, torna in libreria con A galla che dipinge, con estremo realismo, quel fenomeno attuale, temuto e odiato: la crisi economica. 
Appena terminata la lettura mi è venuto in mente quel celebre passo di Fontamara di Silone
 « In capo a tutti c'è Dio, padrone del cielo.
Questo ognuno lo sa.
Poi viene il principe di Torlonia, padrone della terra.
Poi vengono le guardie del principe.
Poi vengono i cani delle guardie del principe.
Poi, nulla.
Poi, ancora nulla.
Poi, ancora nulla.
Poi vengono i cafoni.
E si può dire ch'è finito. » 
 



Mi è parso subito che A galla possa essere, in qualche modo, lo specchio di quel concetto espresso da Silone, fatti ovviamente gli opportuni riadattamenti. Il potere e le gerarchie questo il nucleo del romanzo, quelle maledette gerarchie caratterizzate da  fissità granitica di ruoli e di idee: perché, appunto, così è e così dev'essere. Senza, quasi, lasciar spiragli che possano permettere anche solo a  venticelli nuovi ( e non dico tempeste) di turbare o spostare quell'ordine precostituito considerato quasi sacro e inviolabile. Emblema di quel dio, di quel primo posto, Renato Pappalardi, personaggio senza scrupoli, senza umanità, insensibile a ciò che gli succede attorno (anche all'interno delle mura domestiche) che incarna colui che tutto può perché è assiso sul trono dorato (che, a ben vedere, di dorato ha ben poco). 
Una pluralità di personaggi ruota intorno alla vicenda della Tecnobitum che, come giudice impietoso, pare in grado di decidere le sorti e la vita di tutti, compresi i parenti stretti dello stesso Pappalardi. Tra questi anche personaggi forti che entrano, comunque, nel cuore perché riescono ad suscitare emozioni positive: strano, ma al mondo - nel mondo descritto - possono esistere anche esseri umani dotati di sentimento! E tutti quanti, negativi e positivi, seppur con modalità diverse cercano di sopravvivere, di stare, appunto, come significativamente ricorda il titolo, a galla in un mare -subdolamente calmo, in alcuni giorni e, decisamente agitato, in altri giorni - non benevolo. 
Una scrittura piana, scorrevole, ben ritmata, nella quale i vari intrecci tra le vicende si amalgamano armoniosamente.
Un quadro spietato di una realtà acre che fa riflettere e, in ogni caso, lascia intatto qualche filo di bellezza che riesce a sopravvivere in un mondo fin troppo crudele, un filo che, anch'esso, rimane a galla. Senza zattera di salvataggio, certo, ma comunque non affoga. 



lunedì 25 aprile 2016

IL CLUB DEGLI INTELLIGENTI - Ivo Murgia

"E fango è il mondo"
Titolo: Il club degli intelligenti
Autore: Ivo Murgia
Editore: Cenacolo di Ares
Pagine: 182
Anno: 2015
Genere: Romanzo 
  
Io mi immaginavo un Socrates con un fisico scolpito.Io mi immaginavo un Socrates bello come la luna, invece mi son ritrovata un gigolò decisamente diverso.

Pero simpatico, eh. Un romanzo divertente tutto basato sulla dicotomia sesso e filosofia, ma non solo. Pubblicato da Cenacolo di Ares nella Collana “Gli indipendenti” diretta da Igor Lampis la quale si pone l’obiettivo, come si legge nella prefazione di pubblicare “libri sicuramente diversi, che non sono scritti per altro scopo se non quello di raccontare un punto di vista puro e non distorto da altri interessi, come ad esempio quello economico” e questo è già un buon punto di partenza. Ma, eccovi Socrates.

Tra le vie di Cagliari incontriamo lui, Socrates. Ma come il calciatore brasiliano? Ma no! Come il filosofo ateniese, chiaro. Già, Il nostro Socrates, in quel di Cagliari, elabora una teoria filosofica rivoluzionaria: la teoria della mediocrità. Proprio così: il mondo è ingiusto perché governato dai mediocri che continuano a moltiplicarsi e a spalleggiarsi a vicenda. È in ciò che risiede l’ingiustizia del mondo. Interessante e apocalittica teoria che anche se non fornisce una soluzione, almeno dà una spiegazione e questo non è poco! Il suo lavoro non ha ancora ottenuto un riconoscimento dalla comunità filosofica internazionale e, in ogni caso, per tornare su argomenti più terreni, (il filosofo mi scuserà) anche i filosofi devono mangiare ragion per cui quello del filosofo è diventato per Socrates il suo secondo mestiere. Non a caso egli ha anche un altro mestiere, il primo. Fa il gigolò alla faccia della sua incipiente calvizie e del suo sovrappeso. E si impegna a far contente le varie Simoana, Genni, Sindi che richiedono i suoi favori. Donne annoiate, borghesi e non solo, milf con odore di ospizio, masochiste, sadiche: di tutto un po’. Certo poi c’è stato anche quel massaggio prostatico che proprio un bel ricordo non è stato. Poi c’è anche lei, il suo amore: Antonia. Ah! Quanto ci credeva in quella storia. Ma lei deciderà di lasciarlo e lo lascerà a fare i conti con il mostro della solitudine che, per lui, significa solo noia. E non dimentichiamo anche gli incidenti sul lavoro: la “rottura della tonaca albuginea dei corpi cavernosi”. Cioè quando, nel senso vero del termine, si era rotto il cazzo…

Il club degli intelligenti raccoglie tre lunghi racconti redatti nel corso degli ultimi anni dall’autore sardo, il cui filo conduttore sono le avventure porno-erotico-sentimentali nonché filosofiche di Socrates. Una lunga serie di peripezie tragicomiche, al limite del grottesco, nel quale il nostro eroe si troverà coinvolto, tutte narrate con una abbondante dose di ironia. Ma oltre l’aspetto leggero e comico è facile individuare delle note malinconiche e talora amare nascenti da riflessioni profonde sullo stato dell’umanità dominata, appunto, dalla mediocrità, dalla necessità – che si fa quasi bisogno – di seguire le mode del momento. 

“Così andava il mondo e il mondo faceva schifo, la vita era ingiusta ed era perfettamente inutile cercare una logica dove non ce ne poteva essere. Arrivederci e grazie.” Pag. 139


Brutto posto, il mondo pare dire il filoso-gigolò in slanci di leopardiana memoria che, tra un letto e l’altro, medita sulla solitudine dell’uomo quella solitudine che, erroneamente, viene scambiata, tanto per indorare la pillola, con la libertà cui si accompagnano considerazioni sulla realtà cagliaritana e sarda in generale e sul fatto che, spesso, non si conosca la propria storia, le proprie origini. Divertente senza essere frivolo, leggero e profondo allo stesso tempo, il romanzo è un’ottima occasione per trascorrere alcune ore di piacevole lettura e solidarizzare con Socrates il quale, un po’ come tutti noi, “fa quel che può” in un mondo dominato da ingiustizie dove i meriti e le capacità individuali contano sempre poco. Illuminante, a tal proposito, la figura del giovane precario plurititolato che trascorre le sue giornate a fare fotocopie.


“Non c’era da meravigliarsi, le cose non funzionavano perché il mondo era pieno di gente che non faceva un tubo per il semplice motivo che non sapeva fare un tubo, tutto qui. Lo sapeva bene e da tempo. Chi era in grado di fare qualcosa, veniva utilizzato per fare fotocopie e scaricare mail con allegati ad assessori impossibilitati e strapagati, il tutto per una miseria al limite dell’offensivo.” (Pag.25)


Triste, certo, ma anche tremendamente vero. Non passa inosservato lo stile brillante, scorrevole e lineare dell’opera che inserisce, nella trama, termini inglesi tutti rigorosamente riportati nel rispetto della fonetica italiana che raggiungono l’effetto di ampliare la comicità delle vicende tra Cagliari e interland, tra una milf mancata e una lediboi.

sabato 19 marzo 2016

LETTINO - Martha Medeiros

Parole sdraiate

 Titolo: Lettino
Autore: Martha Medeiros
Editore: Beat
Anno: 2012
Pagine: 125
Traduzione: Cinzia Buffa
Genere: Romanzo

Bella scoperta questo piccolo e grazioso romanzo, dal titolo peraltro azzeccatissimo, della cui autrice conoscevo solamente la famosa poesia Lentamente muore, la stessa che, spesso, viene attribuita a Neruda.

È la sua prima seduta e Mercedes non sa bene cosa dire, come e da dove incominciare. Certo, è benestante, è sposata, ha tre figli, ha perso sua madre quand'era ancora bambina, ha un lavoro che le piace. Insomma, pare tutto in regola. Be', forse potrebbe dire al Dott. Lopes quanto odi parlare di bambini, di donne di servizio o di saldi, certo: forse è importante dirglielo. Anche se la domanda che, in continuazione, si ripete è cosa ci faccia dal Dottor Lopes. Per esempio, lei non soffre, che so, di cleptomania, non fa uso di droghe, non ha mai avuto crisi di panico e-guarda un po'- non si sente mai triste. Vorrebbe più che altro sapere chi è il vero capo tra tutte quelle persone che lei è: chi comanda dentro di lei? Perchè, Mercedes ammette "mi confondo con tante autorità, non so bene a chi obbedire"...

Così inizia l'analisi di Mercedes, donna che, prima facie, risulta forte e decisa, ma quando il percorso terapeutico prosegue iniziano a aprirsi delle falle in quel quadro che lei - artista naif? - ha dipinto con colori tenui e rassicuranti. E, piano piano, dal suo passato, remoto e prossimo, vengolo fuori tasselli dell'imperfezione che vanno a sovrapporsi, per sostituirla, a quella tela originaria.  E riaffiorano, galleggianti, i dolori antichi: in primis quel dolore di Mercedes bambina per il quale si è privata del sacrosanto diritto di soffrire e, a cascata gli altri: il lavoro, il marito, i figli. 

"Avevo otto anni quando morì mia madre, e da quel momento è accaduta una cosa strana: io che avevo tutti i motivi per soffrire non ho colto l'occasione. Se soffrire era tutto quello che si aspettavano da me, li ho sorpresi diventando matura prima del tempo, evitando di dare altre preoccupazioni a mio padre." (Pag. 11)

 Costruito come un lungo monologo, un flusso continuo di pensieri nel quale, appunto, l'unica voce narrante è Mercedes e gli altri personaggi ci vengono presentati attraverso la sua visione, Lettino è una lettura avvolgente che, in qualche astruso modo, ci porta quasi materialmente  a sdraiarci nel "lettino" di qualcuno disposto ad ascoltarci. 

Il percorso terapeutico della protagonista dura tre anni ed è possibile assistere alla sua evoluzione, ad una sua rinascita - o meglio, a una sua nascita - nella quale imparerà a ridere e a piangere perché, forse per la prima volta nella sua vita, non si è costruita verità a tavolino e ha rinunciato a schemi perfetti per vagare nel suo passato e nel suo presente. E nonostante il boato del suo mondo crollante sia stato assordante è anche vero che qualche piccolo frammento prezioso è rimasto per ricomporsi, in modo diverso, ma sicuramente più vero.

lunedì 7 marzo 2016

ALL'IMPROVVISO LA FELICITÀ - J. Courtney Sullivan

ANELLI E DINTORNI

 Titolo: All’improvviso la felicità
                                                  Autrice: J. Courtney Sullivan
Editore:Garzanti,
                                                                           Anno: 2014
                                                                          Pagine: 504
                                                  Traduzione: Stefano Beretta
                                                                 Genere: Romanzo




Se devo essere sincera (ma poi perché non dovrei esserlo?) stavo per abbandonare questo libro dopo venti pagine, ma –per ragioni che non sto qui a spiegare – l’ho portato a termine. Non amo molto i libri che esagerano con il romanticismo, non amo i libri di donnechesognanoilmatrimonio (sì, tutto attaccato) perché non credo, né voglio credere alla leggenda, metropolitana o agricola che sia, secondo la quale il sogno delle donne sia l’anello al dito.

Donne, quelle rappresentate dalla Sullivan, che si muovono in epoche storiche diverse e che hanno sogni e priorità differenti. Si chiamano Frances, Evelyn, Sheila, Delphine e Kate.

1947. Sono le tre del mattino e Frances navigando  tra un mucchio di carte pensa ad una frase per il nuovo slogan di una pubblicità di diamanti. Quello slogan dev’essere pronto per il giorno dopo: mancano poche ore…

1972. Evelyn non riesce a rassegnarsi all’idea che suo figlio abbia deciso di abbandonare sua moglie. Com’è possibile profanare il sacro vincolo del matrimonio con il divorzio?…

1987. James e Sheila vivono  in una modestissima casa e mentre James passeggia sotto la neve pensa che, forse, la sua Sheila avrebbe meritato un uomo migliore di lui, un uomo in grado di darle quella sicurezza economica che lui non è riuscito a garantirle…
2003. Delphine non è più sicura del fatto che aver abbandonato suo marito per seguire una passione travolgente sia stata la scelta migliore…

2012. Mentre Kate continua a portare avanti la sua battaglia contro il matrimonio e difende la sua relazione amorosa evitando di ingabbiarla in un contratto, partecipa ai preparativi per il matrimonio di suo cugino con il compagno…


All’improvviso la felicità è un concentrato di storie di donne fotografate nella loro quotidianità e che, in qualche modo, rappresentano l’epoca nella quale si trovano a vivere. Il fulcro di tali storie è il matrimonio, istituzione che assume significati diversi a seconda della protagonista: un vincolo indissolubile per la tradizionalista Evelyn e un laccio dal quale non farsi stringere per Kate. Come in ogni storia d’amore che si rispetti, secondo schemi un po’ troppo stereotipati, non poteva mancare l’ anello che funge da filo conduttore. La narrazione pecca di eccessi romanticismo, ma è anche vero che – per fortuna – gli stessi risultano stemperati (e per fortuna, aggiungo)  dalla figura di Frances, giovane copywriter realmente esistita che, negli anni quaranta, creò lo slogan “Un diamante è per sempre” che, come sappiamo, ha fatto storia. Una donna forte, moderna, anticonformista che, ironia della sorte, pare non si sposò mai, che ha il merito, in questo caso, in aggiunta allo stile scorrevole della Sullivan di regalarci ore di lettura comunque gradevoli, seppur non indimenticabili.