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lunedì 8 maggio 2017

PENTAMERONE BARBARICINO - Gianfranco Cambosu

Attese

Titolo:  Pentamerone barbaricino
Autore: Gianfranco Cambosu
Anno: 2009
Editore: Fratelli Frilli
Pagine: 307
Genere: Romanzo noir

Siamo in Sardegna e un gruppo di amici, amici più per necessità che per scelta, tenta di attuare una rapina ai danni di una banca. È il colpo della loro vita.
Con la descrizione di un piano dettagliato inizia tra le montagne barbaricine, in una fredda giornata nevosa, il Pentamerone barbaricino, titolo che porta, inevitabilmente, a ricordare le novelle del Decamerone di Boccaccio; con la differenza che, nel nostro romanzo, i narratori si riuniscono non per sfuggire alla peste, o forse sì. Tutto dipende da che concetto di peste si assume. Tutto è relativo.
Una rapina che non va come previsto, qualcosa in quel meccanismo ben ideato si inceppa, sopravvivono due rapinatori soltanto : Tinteri, il “buono”, e Cadena, il “cattivo” i quali, causa l’evolversi degli eventi, sono costretti a rimanere reclusi in banca con due ostaggi. Attendono che la situazione muti, attendono come sempre hanno fatto nella loro vita, ma alla fine nulla cambia o il cambiamento è diverso da quello che avevano previsto. Come sempre.
Trascorrono alcune notti all’interno di quella gelida banca nelle quali le riserve di gasolio stanno per terminare e si sente nell’aria il presagio di un gelo ancora più freddo della neve che cade silenziosa dal cielo della Barbagia.
Nell’attesa di una macchina che li conduca lontano, nell’attesa, comunque, di qualcosa iniziano a raccontare storie, brevi “favole” nelle quali il lieto fine è solo una chimera.
Ogni racconto, che si sviluppa nell’arco dei giorni della reclusione, non è altro che un estratto delle loro misere esistenze.
In questo raccontarsi emergono temi che hanno colorato le loro vite: la vita dell’ostaggio è stata dipinta con i colori del satanismo, quella di Tinteri dai colori opachi della faida e quella di Cadena dalle forti tinte della violenza.
Emergono dalla penna di Cambosu, delicata, quasi silenziosa ma efficace, argomenti difficili quali quello della faida dai quale affiora la figura della donna-madre sarda, dura e ferma come il suo sguardo. Una donna che non parla, ma sa, prevede, comprende e ordina con il solo ausilio del suo dignitoso silenzio maturato in un giaciglio di dolore, di tragedie e di continui lutti destinati a perpetuarsi all’infinito. Catene che sembrano destinate a non spezzarsi mai.
Emerge anche una sorta di fatalismo, quasi l’impossibilità per i protagonisti di allontanarsi troppo dal loro mondo, un passo oltre il confine disegnato da quello strano destino li riporta come una calamita verso ciò che sono sempre stati, verso il loro mondo originario. E non manca la voglia di riscatto, non mancano i tentativi di evasione, non mancano i sogni.
Umani, fin troppo umani con il fardello delle loro paure, del loro passato, del loro dolore che non è individuale, ma è familiare, un dolore di stirpe.
Tinteri e Cadena, sino alla fine, sperano, con tenace ottimismo, di uscire dalla banca con le tasche piene di denaro nonostante abbiano la percezione che qualcosa, fuori dalle porte scorrevoli della banca, non stia andando come dovrebbe.
Perché è chiaro che là fuori ci sia qualcosa di anomalo e di inspiegabile razionalmente, una fitta nebbia di mistero che si chiarirà, in modo peraltro surreale, solo al termine del romanzo.
Lo stile di Cambosu è molto lineare. È ripetuto l’uso di termini sardi che non appesantiscono la lettura, anzi hanno l’effetto di regalare al lettore, anche al lettore non sardo, qualcosa in più; quei termini in corsivo, non ostacolano il percorso di lettura proprio perché con essi lo scrittore ci dà delle tenui sfumature che abbelliscono e rendono vive le immagini.




giovedì 30 marzo 2017

CARTA FORBICE SASSO - Giulio Neri

Decadenze
Titolo: Carta forbice sasso
Autore: Giulio Neri
Editore: Asterios
Anno: 2016
Pagine: 142
Genere: Romanzo

Tangeri, anno 2112. “Tutte le città muoiono” così inizia la lettera di Egidio Sant Just, nato in una città morente, nella quale dichiara di essere venuto in possesso, nella sua gioventù, di una mole di pubblicazioni, diari e corrispondenza privata che, con le opportune ricerche storiografiche costituirà il libro di memorie, senza raccordo. Lo stesso racconta, attraverso le voci dei protagonisti, trent’anni di vita in una Cagliari agonizzante che ha perduto il suo ruolo di centralità. Partendo dall’anno 2037 si intrecciano le vicende dei vari personaggi e il ruolo centrale è occupato da una Onlus –I serafini di San Lucifero – fondata da Lucrezia Melecrinis, una santa, si dice. Ma lo è davvero una santa? Attorno a lei, il marito, un erotomane, il vecchio amante, Elia Farigu, con il  quale ebbe una relazione quando lui era un suo studente perché, come dirà Elia, all’epoca lei “doveva aver incontrato troppi uomini dalle rose facili e si inteneriva per i germogli” e lui lo era, un germoglio. E, ancora, il pugile Cappai e la bellissima Marta Sant Just, madre, appunto di Egidio…

“Carta, forbice, sasso.”
Mi avvicino. “La morra cinese?”
“Sì.”
“Perché?”
Si scosta appena. “Una metafora, credo…La carta avvolge il sasso, ma è tagliata dalle forbici…”
“Che il sasso può spezzare. Nessuno può dirsi certo della vittoria.”
Ora sorride. “Ma nemmeno della sconfitta.” (Pag.142)

Un’opera fuori dagli schemi quella nata dalla penna dell’antiquario cagliaritano Giulio Neri che, prima della pubblicazione con Asterios, aveva concorso al XXIX Premio Calvino. 
In un’ambientazione futura, in una città spopolata, “Cagliari vive di palpiti isolati, si accende per spegnersi nel giro di pochi minuti”, che si avvia al tramonto, si intrecciano le storie, frammentate, dei protagonisti. Un coro di voci si muove per tutto il libro, Marta, Lucrezia, Elia e tanti altri. E la decadenza della città pare riflettersi sulle vite di personaggi che suscitano, indubbiamente, poca empatia privi, come sono, di provare qualcosa che si avvicini a un sentimento puro o, almeno, sano.

“A condannarci non sono mai le certezze, ma i sospetti. Dunque aspetto che la storia si compia. Come al solito, senza capirla sino in fondo.”
(Pag. 108)

Su tutto paiono dominare i colori foschi degli intrighi, dei giochetti politici, delle ipocrisie che ne fanno un’opera amara, governata da un pessimismo di fondo. Perché in quella città che “nientifica” pare vi sia poco spazio per qualcosa di buono. Questo è l’uomo, questa è la Storia del futuro, questa è la Storia di sempre. Guerre, dolore, intrighi, sospetti.
Una lettura originale, sia per la struttura, sia per il linguaggio, a tratti aulico, forse non un romanzo nel senso canonico del termine, ma ben venga l’atipicità.


martedì 19 luglio 2016

CARBONIA - Nanni Balestrini

Sodomie
Titolo: Carbonia. Eravamo tutti comunisti
Autore: Nanni Balestrini
Editore: Bompiani
Anno: 2013
Pagine: 83
Genere: Romanzo

Incalzante, martellante quasi, parole che si susseguono senza interruzioni,come canzone ben ritmata. Incazzato, blasfemo, amaro e fatalista: siamo tutti fottuti. 

Durante la guerra si arruola in Marina e la sua nave sarà colpita dall’aviazione angloamericana. Ferito, sarà condotto in ospedale. Dopo la fuga del re e degli ufficiali  anche lui tenta di fuggire attraverso le montagne, ma viene catturato dei tedeschi e condotto in un campo delle SS. Qui scopre di essere comunista. Scopre di odiare i fascisti e i tedeschi. Qualche tempo dopo si ritroverà a Livorno ad assistere alla reazione violenta del popolo per l’attentato di Togliatti. Torna in Sardegna e dopo un breve periodo nel suo paese si ritroverà a Carbonia a lavorare in miniera per scelta quasi obbligata: primo perché ha messo incinta la sua ragazza ed è opportuno sfuggire a un matrimonio riparatore e secondo perché nel suo paesino è pieno di fascisti travestiti da democristiani che lui, si sa, non sopporta. Perché lui è comunista e odia i fascisti anche se travestiti…

Nanni Balestrini, classe 1935, grande esponente del movimento di neovanguardia Gruppo 63 e autore del famosissimo romanzo politico Vogliamo tutto torna a parlarci con Carbonia dei deboli, degli ultimi e lo fa attraverso la voce del protagonista, un minatore, che urlando, bestemmiando e non abbandonando mai i suoi propositi di lotta dà voce a un’intera classe sociale. Con una prosa ridotta all’essenziale, con frasi taglienti e incisive, privo di pause - non è presente, nell’opera, alcun segno di interpunzione- Carbonia è un romanzo vero, crudo e forte nel quale il punto forte è, senza dubbio, l’originalità dello stile. Un racconto di lotte, di soprusi subiti, di scioperi, di sofferenze dominato da una sorta  di amarezza di fondo quasi a voler dimostrare come nonostante la guerra, nonostante la liberazione, - qualunque essa sia - rimarrà sempre l’inestirpabile e eterna dicotomia tra sfruttati e sfruttatori “…e così noi ce la pigliamo sempre nel culo”. Amen.


venerdì 15 luglio 2016

CHIRÙ - Michela Murgia

"Affinità"
Titolo: Chirú
Autore: Michela Murgia
Editore: Einaudi
Anno: 2015
Pagine: 200
Genere: Romanzo


Mi incuriosiva molto leggere l’ultimo romanzo della Murgia soprattutto per le recensioni contrastanti lette in giro. Due i blocchi contrapposti: da un lato quelli che “manca una trama”, o anche “è un esercizio di stile”, dall'altro quelli che “è bellissimo”. Aggiungerei il terzo blocco: quelli –adorabili come l’eritema - che non hanno letto, non leggeranno il romanzo “ché tanto è brutto” Ma dove sta la verità? Non c’è una verità, chiaro. C’è però una storia, d’amore, di sentimenti certo. E c’è l’uso sapiente, scelto, delle parole che emerge in ogni riga. E poiché credo  che l’uso delle parole faccia la differenza in uno scrittore (ma guarda un po’!) io l’ho apprezzato.

"Chirù venne a me come vengono i legni alla spiaggia, levigato e ritorto, scarto superstite di una lunga deriva."
Sardegna, Cagliari. Eleonora, attrice di teatro affermata, ha trentotto anni quando incontra il diciottenne Chirú. Il giovane, quel giorno, è convinto, perché così qualcuno erroneamente gli ha fatto credere, di dover suonare il violino nel palco accanto a lei durante lo spettacolo. Eleonora gli spiega come preferisca recitare in silenzio. Al termine della rappresentazione quel giovane, vestito da adulto, con le braccia fin troppo lunghe e con appresso il suo violino, con il candore dei suoi anni chiede all’attrice se può seguirla a cena. Lei accetta. La loro non fu un’immediata affinità elettiva, lei semplicemente “lo riconobbe dall’odore delle cose marcite che gli veniva da dentro” forse perché quell’odore Eleonora lo  conosceva bene: era lo stesso suo. A tavola, tra altre persone che paiono quasi sfumate, i due conversano, ma lei vuole sapere esattamente cosa ci faccia lui con lei e Chirú, con sfrontatezza, afferma di volere che lei lo accompagni “anche se non sapeva dove andare” perché la donna conosce tante cose e lui vuole imparare, e tanto. Un allievo. Ancora? Sarebbe giusto? Sono passati ben otto anni dall’ultima volta che Eleonora ha preso con sé il suo terzo e ultimo allievo, o meglio quello che credeva fosse l’ultimo: ora ci sarà Chirú, il quarto…

Dopo Accabadora che le valse, tra gli altri, il premio Campiello l’autrice sarda torna, dopo sei anni, in libreria con un nuovo romanzo anch’esso ambientato prevalentemente in Sardegna seppur lontano dalle atmosfere ancestrali e magiche dell’opera precedente. Romanzo scritto in un momento particolare e di certo difficile della sua vita privata, "non è un libro autobiografico, ma racconta molto della mia vita" ha, infatti affermato la Murgia, Chirú, suddiviso non in capitoli, ma in 17 lezioni e un compimento finale, si presenta fortemente crudo nell’offrirci un percorso di formazione e di acquisizione di consapevolezza del sé alla luce di una introspezione intensa e anche dolorosa. La Murgia l’ha definito un “romanzo politico” tutto incentrato com’è sul concetto di potere che domina i rapporti umani, primi fra tutti quelli familiari, la figura del padre di Eleonora ne è l’emblema, ma sono impregnate di potere tutte le relazioni sentimentali, senza dimenticare che ogni relazione è, comunque, sentimentale, dirà Eleonora. Politico anche perché l’autrice, sempre attenta al problema delle donne, detronizza l’uomo per affidare stavolta il ruolo di mentore a Eleonora "infelice con classe", una donna la quale incarnerà la maestra intesa in senso ampio affiancando il giovane nella vita. E l’insegnamento non è solo un dare, non è mai –né mai può essere- unidirezionale: è un filtro a maglie larghe che permette un interscambio tra docente e discente quasi che, a un certo punto, i ruoli paiono confondersi. Una storia dal punto di vista dell’intreccio narrativo priva di eventi eclatanti, lineare, tutta basata sull’interiorità dei protagonisti e sul ruolo delle parole che paiono frutto di una scelta minuziosa e attenta, mai frutto della casualità, pesate una per una, accarezzate e adagiate delicatamente nella pagine per creare immagini eleganti e sonorità raffinate. Una curiosità: nella fase immediatamente precedente all’uscita del libro la Murgia ha aperto una pagina Fb a nome di Chirú, il quale ha interagito con i lettori e proposto il suo punto di vista, i suoi dubbi, le sue paure, scavalcando le pagine del libro per diventare, seppur in modo atipico,  “reale”. 


venerdì 13 maggio 2016

VERITÀ PROCESSUALE - Paolo Pinna Parpaglia



 "Veritas filia temporis...forse"

Titolo: Verità processuale
Autore: Paolo Pinna Parpaglia
Editore: La Zattera Edizioni
Anno: 2015
Pagine: 372
Genere: Legal thriller

Ognuno ha le proprie fisse. Per esempio, io ne ho tante. Tra queste, quella di acquistare il primo volume di un fumetto appena uscito e, poi, decidere se acquistare o meno gli altri e, con essa, quella di conoscere le nuove case editrici con l’acquisto dei loro libri. Così è successo, appunto, per questo libro: appena ho saputo che era nata (o meglio, rinata) la Zattera Edizioni mi sono precipitata in libreria a conoscere Verità processuale.

Quirico D’Escard è un avvocato civilista, preparato, amante della sua professione che, comunque, attende il salto di qualità. Cosa non certo facile in quel di Cagliari dove, a detta di Matteo suo collega, non conta essere un buon avvocato quanto piuttosto “essere un avvocato conosciuto, carismatico, uno che qualsiasi cosa dici, anche la peggio cazzata, vieni ascoltato, se poi la causa la perdi, vaffanculo. Puoi conoscere il codice a memoria ma sarai sempre considerato inferiore a quello che conosce due articoli ma se li vende bene. Questo è il mondo dell’apparire non dell’essere e, in questo buco di città, è più che mai così.”  E mentre Quirico, nel balcone della casa dei suoi genitori (già, lui non ce l’ha una casa sua) riflette sul suo approccio alla professione e al famoso salto di qualità riceve una telafonata. È il suo amico Gabriele che lo invita a guardare il telegiornale per la notizia del giorno: il professor Enrico La Torre è stato arrestato per l’omicidio di una sua studentessa durante un gita scolastico. Enrico,  il suo amico,, un assassino? Impossibile. Un tipo strano, eccentrico, forse con qualche problema caratteriale, ma non certo un violento. Quirico non può crederci. Pochi giorni dopo riceve un telegramma dalla Casa Circondariale di Buoncammino: Enrico La Torre lo nomina suo difensore. Lui, suo amico. Lui, avvocato civilista…

Primo romanzo pubblicato dalla casa editrice cagliaritana La Zattera di Alessandro Cocco, Verità processuale è un legal thriller ben congegnato che, al di là dell’intreccio rappresentato dalla triade omicido-accusa-difesa, ruota sia intorno a temi molto vicini a chi svolge la professione di avvocato sia intorno a temi di valenza universale. 
Il mondo lavorativo di Quirico risulta dominato da necessarie apparenze che, talora, paiono scontrarsi con i dubbi, le paure e il senso di inadeguatezza che un avvocato deve affrontare in un micromondo (che, spesso, crede di essere un macro-mondo se non l’unico mondo possibile)  difficile e complesso. Quirico è inesperto forse, ma preparato, e, indubbiamente, genuino e si trova, all’improvviso, a dover difendere un amico e questo fatto – l’amicizia -  cambia le dinamiche e le prospettive come se non bastasse, a ciò si aggiunge il fatto che egli ha una fede incrollabile sull’innocenza dell’amico.
Il tessuto narrativo ruota intorno all’amato, perseguito, ma al tempo stesso misterioso concetto di verità. Già, la famosa verità: concetto non spesso univoco, suscettibile di labirintiche biforcazioni perché, se in qualche modo, è vero che la verità processuale può essere unica è altrettanto vero che la verità, in sé, può essere molteplice e frammentaria.
Una lettura scorrevole, trascinante e appassionate che tiene incollati alle pagine sia per l’quo bilanciamento di passione, forza emotiva e leggerezza, ma anche per la buona caratterizzazione dei personaggi che, per le loro fragilità, i loro dubbi e i loro pregi e difetti, sentiamo comunque vicini, “conosciuti”.
Buona lettura!

martedì 29 marzo 2016

IL BALLO CON LE JANAS - Tonino Oppes

Il ballo con le janas
Fermiamoci e balliamo
 
Titolo: Il ballo con le janas
Autore: Tonino Oppes
Editore: Domusdejanas
Pagine: 126
Genere: Racconti


La danza di Liliana Cano è la bellissima immagine impressa nella copertina di questo prezioso libro che ho letto con immenso piacere sia per la profonda stima che nutro per l'autore, sia per la capacità dello stesso di farmi recuperare, ogni volta, piccole storie della mia infanzia che pensavo sepolte: e invece no, le vecchie storie rimangono e se ne possono recuperare tutti i suoni e tutti i profumi.

Conosciamo Antine nel giorno della festa grande del paese che, quasi magicamente, viene travolto da una forza sconosciuta e misteriosa e si ritrova a ballare una danza primordiale. È come se le stelle del cielo lo guidassero in quel ballo. Ma chi l'ha trasportato in quei passi che non sembravano umani? Sono le janas che hanno scelto lui per una missione importante. Sarà la Jana Tidora a svegliarlo, qualche giorno dopo, per spiegargli come lei e le sue sorelle sono tornate. Loro, le eredi delle fate di Monte Oe le stesse che custodivano il più grande tesoro della zona. Sì, proprio così: quelle magiche creature sono di nuovo tra gli umani. E son tornate, pur credendosi per tanto tempo immortali, perché dirà Tidora, "abbiamo paura di morire". La memoria del giovane torna indietro nel tempo, approdando alla sua felice infanzia e all'immagine del vecchio che, alternandosi con la moglie, raccontava a bimbi affascinati tante belle storie: ogni giorno una diversa...

Tonino Oppes, ancora una volta, torna in libreria con un'opera che si incentra su temi a lui molto cari: la memoria, il passato, l'esigenza di non far cadere in quel tritatutto che è l'oblio le vecchie leggende che contengono le nostre radici e che sono in grado di aprirci le porte a un futuro che non sia solo frutto di tecnologia, di fredda tecnologia. Ecco perché quelle delicate creature che son le Janas tornano: perché hanno timore di essere dimenticate e scelgono come loro interprete Antine che ha, ancora, il ricordo di storie dell'infanzia. Vecchie storie che si inseriscono nel tessuto narrativo per arrichirlo e restituire al lettore quella magia di chi si ha bisogno, spesso senza esserne pienamente consapevoli. E ciò per il semplice fatto che i racconti dell'infanzia hanno un potere benefico, quasi curativo e, soprattutto, regalano la capacità di sognare che noi "adulti" - per una visione ristretta o distorta di quella che dovrebbe essere la maturità- ci neghiamo del tutto o ce la limitiamo in nome di un presunto principio del "ci sono cose più importanti da fare."
È indubbio che ci sia un errore di fondo in tutto questo, così come è chiato che bisognerebbe armarsi di buona volontà o forse dedicarsi più tempo per scavare nei ricordi dei nostri nonni, dei nostri genitori, fare un viaggio intenso nei meandri dei nostri piccoli paesini per recuperare frammenti preziosi di racconti, di storie, di leggende. E ricominciare a parlare, a comunicare. E non dimenticare le parole di Tidora che, come un giudice impietoso, afferma 
"Comunicate con tutto il mondo, ma non con i nostri vicini e avete lasciato morire la comunità del racconto, quella che viveva se si creava l'incontro tra le generazioni."
Quanta verità in queste parole!
È proprio vero che manca la parola e, con essa, il sogno.
È vero che, piano piano, ci si dimentica di chi siamo stati e di chi siamo realmente.
Forse sarebbe opportuno fermarsi, smettere di correre (per andare dove, poi?) e ascoltare, col cuore, una storia che sia quella de Sa colora o quella di Rebeccu Rebecchei o le tantissime altre che, probabilmente, son dentro di noi, in qualche remoto angolo, e che abbiamo sotterrato in un oceanico affastellarsi di impegni, familiari, sociali o lavorativi.
Il ballo con le janas è un libro per l'anima che addolcisce predisponendo la mente a inevitabili e profonde riflessioni, che ci conduce in un tempo lontano - ma, forse, non ancora del tutto perduto - il tutto con uno stile lieve, lineare privo di orpelli che porta dritto al cuore lasciandoci la voglia di un ballo. Con le Janas.


venerdì 29 gennaio 2016

DELITTO D'ONORE. LA STORIA DI IRENE BIOLCHINI - Simonetta Delussu

SIAMO FATTI DI PAROLE DATE

Titolo: Delitto d'onore in Sardegna. La storia di Irene Biolchini
Autore: Simonetta Delussu
Editore: Parallelo45
Anno: 2015
Pagine: 177
Genere: Biografia




Non conoscevo la storia di Irene Biolchini e la lettura di questo libro, edito da Parallelo45, me ne ha offerto l’occasione. E, ancora, una volta ho avuto la conferma del fatto che le storie, quelle raccontate dalle nonne, quelle che hanno il loro germe nell’oralità, non possono e non devono morire. Non smettiamo mai di raccontarle ché son gemme preziose.


1900. In una serena giornata di ottobre nasce in Sardegna, nel piccolo paesino di Jerzu, Irene Orsola Biolchini, la prima di quella che sarà una numerosa famiglia. L’infanzia della piccola scorre serena, tra l’amore della famiglia e la vita all’aria aperta, in quel piccolo orto dove i bimbi si radunavano, sporchi di fango e erba perché, lì “tutti indistintamente erano figli della terra, della vita e del sole.”  Irene cresce, la famiglia si trasferirà a Tertenia, Irene studia perché il padre, Costantino, ci tiene, ma essendo donna lo studio non è poi così importante: importante per una donna è, invece, saper ricamare o saper fare il pane.  E Irene lo sapeva. Il tempo passa velocemente e quasi all’improvviso la bellezza della giovane sboccia con grazia e leggerezza. Incontrerà anche due occhi profondi che le faranno battere il cuore: gli occhi di Domenico. Si amano e lei gli regala tutta se stessa e, soprattutto, quella prova d’amore alla quale lui tiene in modo particolare: un figlio. Un figlio prima del matrimonio, perché il matrimonio ci sarà promette solennemente il giovane e, quasi a voler confermare la serietà delle sue intenzioni Domenichino regalerà alla fidanzata una pistola che lei potrà usare qualora lui non mantenga la parola data. Irene scopre di essere incinta, Domenico e il matrimonio diventano sempre più evanescenti. Non solo: Domenico sposerà un’altra donna.  A questo punto il padre le pone una scelta a un bivio”Se non lo uccidi, ti uccido.” E Irene sceglierà per sé e per la vita che cresce in lei…



Delitto d’onore i n Sardegna ha il sapore di quelle vecchie storie raccontate dalle nonne nelle sere d’inverno davanti al camino, storie di una Sardegna magica e ancestrale legata a codici e tradizioni inviolabili. Non è, infatti, un caso che  la scintilla dell’opera, dal taglio saggistico ma che si legge come un romanzo, sia nata dalle storie che la nonna dell’autrice le raccontava nella sua infanzia. Da questo nucleo di storie, sempre tramandate oralmente, la Delussu ha poi proseguito con un’attenta opera di documentazione e ricerca per restituirci la figura di una donna forte e volitiva che emerge – e si ribella - in un contesto sardo dominato dall’uomo, da donne che sono – quasi a prescindere- colpevoli: colpevoli se non riescono ad avere un figlio, colpevoli se il figlio non è maschio. L’autrice compie anche uno scavo anche nelle regole e nei principi -scritti o meno- che governavano la realtà sarda del tempo nella quale la parola data ha il sapore di qualcosa di sacro, principio cardine espresso degnamente, a un certo punto della narrazione da Costantino, il padre della protagonista. 


“Così sei incinta. Se non ti sposa lo devi uccidere, non voglio bastardi in questa casa; tutto Ire’, ma non il disonore, non deve entrare in casa nostra. Noi siamo sempre stati gente di parola e onesti: io, i tuoi nonni e tutto il nostro casato. Tu lo sai, e la famiglia al di sopra di ogni  cosaIre’… e con quello l’onore, e l’onore quando si perde non si ritrova più e quello lo si lava solo col sangue. Se lui non tiene fede alla parola data, tu lo devi uccidere.”
(Pag. 72)


Tutto il romanzo ruota intorno a questo concetto base e la novità risiede nel fatto che Irene stravolge in qualche modo la tradizione: sarà lei, da sola, a difendere il suo onore, lei ucciderà Domenichino. Nella storia entra in gioco anche il bandito Samuele Stocchino al quale Irene si rivolgerà, figura entrata oramai nella leggenda, e che le pagine del romanzo ci restituiscono con i tratti suoi tipici: la riservatezza, le poche parole, la forza e il coraggio.   
Un documento importante che offre uno spaccato di una realtà, di un’epoca e che contiene un esempio di coraggio e, in particolare, di amore sconfinato per la vita che si pone al di sopra di tutto.

sabato 28 novembre 2015

IL PANE CARASAU - Susanna Trossero e Antonella Serrenti

SE DICI PANE, DICI AMORE


Titolo: Pane carasau. Storie e ricette di un’antica tradizione isolana
Autrici: Susanna Trossero e Antonella Serrenti
Editore: Graphe.it
Genere: Gastronomia. Cucina
Anno: 2014
Pagine: 120



Ci si può emozionare leggendo un libro sul pane carasau? Per esperienza, dico sì. Perché il pane carasau non è solo un alimento è una storia. Di donne, di lavoro, di famiglia,  è la storia di una terra, la mia. Amata, adorata. È la storia di un legame, spesso inspiegabile, ma che ha la sua origine in un amore destinato a non affievolirsi mai.

Nella tradizione culinaria sarda, basata su piatti semplici e poco elaborati, il pane ha avuto sempre un ruolo fondamentale. Dotato di una certa sacralità in quanto dono di Dio e, allo stesso tempo, frutto del lavoro dell’uomo era una alimento che non poteva mai mancare nelle tavole. Il pane carasau è tipico della Barbagia e si realizza con pochi e semplici ingredienti, il suo nome deriva da carasare che, appunto, è l’ultima fase della preparazione: la tostatura. In virtù della tecnica di preparazione il carasau conserva le suo proprietà organolettiche anche per sei mesi e questo era un elemento fondamentale in una società agro-pastorale come quella sarda nella quale gli uomini  stavano per tanto tempo lontano da casa e avevano, pertanto, necessità di scorte alimentari…

"C’era un dolce tepore in quella cucina, tutto era armonia, e continuavamo a bisbigliare come se ci fosse stato qualcuno da non svegliare, da non disturbare."


Il volume Pane carasau è la dimostrazione lampante di come una ricetta non sia solo, e non possa mai essere solo, l’insieme  di determinati ingredienti sapientemente mescolati, ma è anche qualcosa che è in grado di racchiudere in sé storie, o meglio, la storia di un popolo. In qualche modo, la storia di quel pane, sottile, semplice e croccante, profumato, è la storia di pastori barbaricini che vivevano lontani dalle loro famiglie, la storia di donne forti, energiche che gestivano, con amore e senso del dovere innato, tutto ciò che ruotava intorno alla vita domestica. Pane carasau è un tuffo nel passato fatto non solo di emozioni e ricordi, ma anche il frutto di studi, di documentazione, di ricerca che ne ha reso un’opera istruttiva e, al tempo, stesso carica di fascino. La preparazione del pane, quindi, non era solo fatta di tecnica dell’impasto, ma per una giovane donna diventava un vero e proprio percorso di crescita: perché in quelle case nelle quali le donne si riunivano per preparare l’alimento principe si conoscevano segreti e ci si preparava, grazie ai consigli delle anziane, non solo materialmente ma anche spiritualmente, alla vita matrimoniale. E nella lettura è stato inevitabile tornare a storie vecchie della mia famiglia, di mia madre e di mia nonna: storie che non ho vissuto personalmente, ma che con la forza del racconto son diventate, in qualche modo, mie impossessandomene senza pensarci troppo. E dopo essere rimasti incantati dalle descrizioni di un mondo passato, ma per certi versi mai morto, si finisce in bellezza con una serie di ricette tipiche a base di pane, carasau ovviamente. Ricette tutte da provare e garantisco sulla loro bontà.