sabato 15 luglio 2017

QUELLO CHE È SUCCESSO A JOANA – Valério Romão

Arsenico e perdite

Titolo: Quello che è successo a Joana
Autore: Valério Romão
Editore: Caravan
Anno: 2017
Genere: Romanzo
Pagine: 120
Traduzione: Vincenzo Barca


Questo piccolo romanzo inizia con un sogno che, già da solo, varrebbe un libro a parte per la sua efficacia. E la dimensione onirica permarrà per tutta la lettura, mescolandosi con una realtà troppo dura da accettare e da vivere. Quello che è successo a Joana è un romanzo di forte impatto emotivo, capace di sconvolgere e di angosciare e, sia chiaro, non solo per la storia in sé che è atroce, ma per la potenza della penna di Romão: una penna che riesce a creare ferite profonde, a soffocarci quasi. E, naturalmente, per l'ottima traduzione di Vincenzo Barca.

Joana si sveglia, gridando, da un brutto sogno. L’ultimo fotogramma che ricorda di quell’incubo terribile sono le sue gambe ricoperte di sangue. Si siede sul letto e, al suo fianco, vede il marito Jorge il quale continua a dormire incatenato nel suo solito sonno pesante, era stanca sicuramente. Lei lo copre, fa freddo: è dicembre. Dicembre è un mese triste, quello che le piace meno perché freddo e ostile, il mese in cui morirono i suoi genitori. Scosta le lenzuola, crede di aver riportato nella realtà l’ultimo frammento di sogno: ha la sensazione di avere le gambe bagnate di sangue. C’è una pozza, la sente, verifica con la mano: non è sangue. Si tratta di un liquido trasparente dall’odore agrodolce e comprende che, nella realtà, le si sono rotte le acque. Scuote Jorge per svegliarlo. Bisogna andare subito in spedale. Il bambino vuole nascere al settimo mese. Per fortuna che lei, previdente e precisa, aveva preparato tutto in anticipo e, chiaramente, anche la roba per un prematuro. Anche per uno scricciolo di sole 31 settimane…

Quello che è successo a Joana è il secondo romanzo del poeta, traduttore e e scrittore portoghese che con Autismo, edito nel 2012, dovrebbe far parte della trilogia Paternidades faalhads – paternità mancate. Già perché è di perdite, di mancanze, o, meglio, di ciò che sarebbe potuto essere ma non è stato che parla questo intenso romanzo. Romão, con la sua scrittura ritmica, sincopata ci trascina – con Joana – in una storia vorticosa che ha il sapore dell’assurdo. 
La vicenda si svolge nell’arco di una giornata che pare un’eternità tra un ambiente ospedaliero -che riporta le atmosfere del racconto Sette piani di Dino Buzzati e anche Il castello di Kafka- e i pensieri deliranti, sospesi tra la dimensione reale e quella onirica della protagonista. 
Sono i pensieri di Joana che dominano la scena, il suo flusso di coscienza riportato dall’autore come se lui stesso fosse Joana, come se anche il lettore diventasse Joana e vivesse, in prima persona, il suo dramma. Parole a cascata, assenza di punteggiatura, un affannarsi, di corsa, verso un baratro, dolore e sogno che si fondono e si diramano caoticamente. Romão ci regala una storia che turba, scuote l’anima, ci offre una massiccia e amara dose di arsenico  e dopo averci inebriato con quel veleno ci regala un fulmineo momento di serenità, quasi di pace. Forse.                        

giovedì 13 luglio 2017

LA SCENA PERDUTA - Abraham B. Yehoshua

Dentro la metafora

Titolo: La scena perduta
Autore: Abraham B. Yehoshua
Editore: Einaudi
Anno: 2011
Pagine: 367
Genere: Romanzo
Traduzione: Alessandra Shomroni


Intimistico, metaforico, ossessivo, simbolico, come viaggiare in un sogno i cui contorni non sono, né possono essere, mai netti. Aspramente criticato dagli amanti dell’autore, La scena perduta è stato, per me, una bella esperienza nella quale mi son piacevolmente persa in astratti e complessi meandri.

Spagna, Santiago de Compostela. Il regista israeliano, Yair Moses, nonostante l’età avanzata, si reca in Spagna per una retrospettiva dei suoi film. Ad accompagnarlo c’è Ruth, attrice, ancora ricca di grazia e di fascino, un tempo compagna di Shaul Trigano, suo sceneggiatore e, ora, divenuta “un personaggio affidato a lui”. Nei confronti della donna l’anziano regista ha dei riguardi particolari: è ignara del fatto che non avrà nessuna parte nel suo prossimo film. Inizia la prima giornata della retrospettiva e i due decidono di concedersi qualche ora di riposo nella lussuosa camera dell’hotel, prima che la situazione diventi troppo movimentata. E mentre Ruth dorme ancora, il regista osserva con attenzione una riproduzione alla parete: una giovane donna, col seno scoperto, allatta un vecchio muscoloso con  le mani legate dietro la schiena, un prigioniero forse. Scruta meglio per cercare il nome dell’artista, ma non lo trova, ci sono solo due parole: Caritas Romana. E ricorda la scena del suo film, la scena che Trigano scrisse e che Ruth fermamente rifiutò: no, non poteva rappresentare una donna che allattava un uomo. E quella scena fu tagliata, e quella scena perduta determinò la rottura tra Ruth e Trigano e l’allontanamento definitivo tra lo sceneggiatore e il regista…

L’israeliano Yehoshua non ha certo bisogno di presentazioni e con La scena perduta conferma ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, la sua grande abilità di scrittore. Risulta quasi automatico, nel corso della lettura, fare un’associazione tra il regista protagonista e lo scrittore stesso per quanto, infatti,il romanzo non sia totalmente autobiografico è vero che nello stesso, come ha dichiarato lo stesso autore, ci sono parti che in qualche modo sono sue: tanto per dirne una, i primi film di Moses riprendono due suoi racconti giovanili  – precisamente, L’ultimo comandante e Il rapido seerale di Yatir. Moses si ritrova a fare il famoso bilancio, a recuperare volti, immagini e suoni, quasi – il suo- un voler (o dover) tornare indietro nel tempo a recuperare qualcosa o qualcuno, a riprendere quella scena perduta che forse, noi tutti, abbiamo. Lontano dal realismo La scena perduta è un susseguirsi di simboli, di immagini evanescenti, di percorsi tutti a ritroso in un mondo in cui gli aspetti astratti e onirici meritano un posto d’onore. Forse abbiamo bisogno di ciò? Di simboli, di cose astratte, di metafore? E la risposta la dà lo stesso autore: Sì, ne abbiamo bisogno per fronteggiare la situazione che abbiamo intorno.


martedì 11 luglio 2017

NE HO VEDUTE TANTE DA RACCONTAR - Grazia Gotti

Storie e amore

Titolo: Ne ho vedute tante da raccontar. Crescere con i libri
Autore. Grazia Gotti
Editore. Giunti
Anno: 2015
Genere: Saggio letteratura per l'infanzia

Da quando son diventata mamma il mio interesse per la letteratura per l’infanzia, che a dire il vero avevo già, è cresciuto a dismisura. Ho iniziato una lunga attività di ricerca bibliografica e scoperto delle vere e proprie perle. Il libro di Grazia Gotti è innanzitutto una miniera di suggerimenti e una bella storia d’amore tra lei, il figlio e i libri.

C’è un’età giusta per iniziare a leggere un libro ai bambini? Non ci sono regole ferree, Grazia Gotti, per esempio, ha memorizzato con estrema precisione sia il momento esatto in cui tale inizio è avvenuto, sia la scelta dell’autore e anche il modo in cui tutto è avvenuto. Il suo “cucciolo”, Bernardo, aveva appena cinque mesi, in piena fase di svezzamento segnata dal passaggio al cucchiaino, lei e il suo bimbo hanno iniziato a leggere, seduti su un tappeto di fronte a uno specchio. E tutt’attorno allo specchio una serie di libri di stoffa e di cartone. Per la stoffa la neo-mamma ha scelto la collana di Lucy Cousins divenuta popolare per aver creato la topolina Maisy, meglio nota in Italia con il nome di Pina. E da quel giorno lei e il suo piccolo hanno continuato con quell’esperienza attraversando il magico mondo dei libri e incontrando numerosi personaggi nati dalla fantasia di autori vari…

Ne ho vedute tante da raccontar che prende il titolo dal motivetto cantato dall’elefante Dumbo nel noto film di Walt Disney, è un volume nel quale traspare, in ogni pagina, l’amore, oltre che una grande conoscenza, da parte dell’autrice nei confronti della letteratura per l’infanzia. Grazia Gotti nella sua duplice veste di studiosa della materia (è, infatti, oltre che scrittrice, la co-fondatrice della libreria per ragazzi Giannino Stoppani e dell’Accademia Drosselmeier e curatrice di mostre dedicate, appunto, ai libri per bambini) e di mamma intende elaborare un originale e stabile canone letterario per l’infanzia, soffermandosi su quegli autori che hanno creato, grazie alla loro passione e competenza, mondi e personaggi in grado di stimolare i bambini poiché per essi la lettura è qualcosa di immenso: la chiave d’accesso alle idee dell’universo. La lettura ad alta voce è per i piccoli un momento fondamentale di crescita, non è, né può essere solo, una semplice acquisizione di nozioni. Un libro ricco di spunti soprattutto per chi, ma non solo, si trova ad avere un piccolo che con occhi curiosi e intelligenti vuole conoscere il mondo e i mondi. Tutti.


domenica 9 luglio 2017

TOCCA A TE - Kgebetli Moele

Mettersi in fila
Titolo: Tocca a te
Autore: Kgebetli Moele
Editore: Epoché
Anno: 2010
Pagine: 188
Genere: Romanzo
Traduzione: Monica Martignoni

Ho letto questo libro qualche anno fa e ne rimasi colpita per la massiccia dose di cinismo in esso presente. Un romanzo forte e senza pietà che raggiunge picchi di crudeltà altissimi. Ottima prova narrativa indubbiamente.

Due libri. Il libro dei vivi e il libro dei morti. Kutsho è un bimbo sudafricano un po’ infelice, che ama le feste e ama tanto ballare. Egli è soprattutto un bimbo che parte da una situazione svantaggiata. Si guarda attorno e vede le differenze tra la sua vita e quella degli altri bambini. Un giorno si chiede perché a casa sua non ci siano mai feste, perché il Natale è una cosa che accade solo nelle altre famiglie. Sua madre gli dà la risposta: quelle famiglie, dice, “possiedono un’auto e danno feste perché se lo possono permettere”. È da quel momento che l’obiettivo del piccolo Kutsho diviene quello di studiare, e tanto, di diventare qualcuno e, soprattutto, di uscire dalla miseria. Desidera la ricchezza e farà di tutto per ottenerla. Kutsho cresce e, piano piano, realizza i suoi sogni. Fino a che nella sua vita, quasi ormai perfetta, non succede qualcosa che cambia tragicamente le carte in tavola e lo porta a compilare, con una diligenza che sfiora la follia, un altro libro: il libro dei morti, di fattura artigianale ed elegantemente rilegato in pelle nera...

Secondo romanzo di un giovane scrittore sudafricano che è stato annoverato dal Sunday Indipendent tra i migliori libri dell’anno 2009. Un libro, attualmente fuori catalogo, crudo, agghiacciante e originale nel quale il protagonista indiscusso non sono certo i sogni, non è l’amore – pur presente – non è la bellezza – anch’essa presente - ma è il virus dell’HIV. È l’impalpabile virus che diviene voce narrante. Che domina e muove le sue pedine in una immaginaria scacchiera dove si gioca una partita con la morte. E si sa già chi sarà il vincitore. Una realtà triste e attuale raccontata in modo inusuale poiché Moele capovolge, abilmente,  gli usuali canoni di narrazione proponendoci un nuovo modo per avvicinarci e conoscere  questa realtà. Infatti, non sono più i malati che parlano, soffrono o si disperano. Non ci sono esami ematochimici né corsie di ospedali con camere asettiche né, tantomeno, terapie da rispettare. No, loro tacciono lasciando la parola a  quel mostro, che assetato di sangue come un vampiro, cerca corpi – giovani o meno giovani, ma rigorosamente sani - nei quali fare ingresso in modo spietato e, al tempo steso, subdolo. Perché quel mostro che non regala neanche una piccola speranza ha bisogno di allargare le schiere della sua legione infernale. Questa è la sua missione, da compiere senza un briciolo di pietà. Per nessuno. Senza discriminazioni, in nome di un assurdo principio di eguaglianza – sostanziale e formale - che, necessariamente, deve trovare applicazione. Con uno stile serrato ed essenziale Moele tratta un argomento molto delicato e tragico in modo cinico, quasi crudele, con una lucidità che lo allontana notevolmente da quei pietismi nei quali spesso cade la letteratura che affronta simili tematiche. Duecento pagine che suscitano interesse e scorrono via piacevolmente pur lasciando al lettore l’amaro in bocca.



sabato 8 luglio 2017

VELVET - Mary Gaitskyll

Amori vetrosi

Titolo: Velvet
Autore: Mary Gaitskill
Editore: Einaudi
Anno: 2017
Pagine: 480
Genere: Romanzo
Traduzione: Maurizia Balmelli


Il romanzo prende il titolo dal nome della piccola protagonista. Una bambina che vive una realtà poco, se non per niente, ovattata che conosce a fondo la durezza della vita. Una bimba alla quale la vita riserva un’opportunità. Uno stile efficace quello della Gaitskill che, a tratti, mi ha ricordato le atmosfere cupe e alcuni dei personaggi presenti dei racconti di Lucia Berlin. La vita è dura, pare dire l’autrice, ma è l’unica che abbiamo. E no, non esiste solo un tipo di amore: l’amore può assumere forme diverse. Può essere anche non ammantato di gentilezza, può essere duro, iroso, vetroso, ma è pur sempre amore. 


Crown Heights, Brooklyn. Era estate quel giorno, faceva molto caldo nella loro stanza. Dal condizionatore, rumoroso, cadevano gocce d’acqua che andavano a posarsi sulla bacinella. Velvet, undici anni, si sveglia come sempre: incollata alla schiena di sua madre che, a sua volta, abbraccia suo fratellino, Dante. Quel giorno i due bimbi dovevano salire in un pullman che li avrebbe condotti, per due settimane, da dei ricchi bianchi. Sarebbero stati separati. Solo per due settimane. La mamma doveva lavorare, spesso anche la notte, e non poteva farli finire in mezzo a una strada, poi il posto dove loro vivono è pieno di negritas cattive: tutto questo disse la mamma all’assistente sociale. Ginger ha 47 anni, sembra giovane, forse perché non ha mai avuto figli, forse perché non ha fatto carriera. Lei e suo marito Paul, conosciuto agli alcolisti anonimi, si occuperanno di Velvet. Per quelle due settimane. Il primo giorno propongono alla bimba di andare a vedere i cavalli che si trovano a due passi da casa loro. Arrivano alla scuderia, odore forte, molti cavalli e lei, la piccola dominicana, sente le loro voci. E tra quei cavalli, quelle voci che solo la piccola può comprendere incontra una cavalla pieno di cicatrici, La Mostruosa la chiamano. Non era la più bella, ma la migliore, pensò Velvet.

Velvet è il terzo romanzo dell’americana Mary Gaitskill, conosciuta anche come la scrittrice “ maledetta” per i temi, spesso forti, trattati nelle sue opere e anche per il suo passato movimentato: la stessa ha fatto di tutto, la fioraia, la spogliarellista e finanche la prostituta. Costruito con un’alternanza di voci, Velvet è un romanzo di forte impatto emotivo nel quale i protagonisti paiono portarsi dentro degli enormi vuoti che, nonostante tutto, cercano di colmare. A volte, senza saperlo. Cercano, perdono, si perdono, si ritrovano, in una corsa disperata per non sentire più l’eco di dolori e solitudini diverse, ma tutte imponenti. E quella corsa assume le forme di un’arrampicata verso vette che, a momenti, paiono irraggiungibili perché nessuno, in fondo, crede di meritarsi qualcosa. Per paura, per l’abitudine a non avere nulla di buono da stringere tra le braccia. Altalenante come la vita: alla durezza segue la tenerezza poi soppiantata dal cinismo. Per poi ricominciare. In fondo, è tutto amore. Fuori dagli schemi, fuori dalle rime baciate e dal caldo di abbracci. Amore è il legame che unisce Velvet alla sua cavalla, amore è quello che Ginger prova per la bimba che assume i foschi colori dell’egoismo e, ancora, amore è quello che prova la madre di Velvet per sua figlia e che assume la forma di parole violente, di minacce, di urla o di silenzi grevi.  Una storia al femminile dove forse nessuno capirà quale sarà il suo posto, forse perché un posto non c’è: rimane sempre la voglia di riscatto, la sete di qualcosa di buono e la speranza che, a nessuno, alla fine viene negata.


giovedì 6 luglio 2017

I NUOVI MOSTRI: I GRUPPI DEDICATI AI LIBRI E AI LETTORI E...

Lì vedete lì, bellini bellini, e vedete cuoricini e copertine di libri e recensioni che splendono, quasi accecano. E quei nomi: altisonanti, poetici, mistici, ma soprattutto colti. Sono i gruppi di lettori sparsi nel magico mondo virtuale.
Ah, che meraviglia poterci entrare.
Ecco, ci siete: siete entrati, fedelmente guidati dalla stella cometa facebookiana, e vi accolgono come se, per tutta la vita, avessero cercato proprio voi e, in lontananza, quasi in un clima da tramonto estivo, vi appare questa immagine:

Varcate il portone dorato e troverete ad attendervi un bellissimo tappeto rosso ricamato a mano con fili d'oro. Osservate, leggete, sfogliate post. 
E, nell'immediato, vi accorgete di quanto si vogliono bene là dentro. Di quanto si rispettano. Quanti cuoricini partono che pare di essere in cardiologia. Un giorno quei cuori saranno pure per voi, per le vostre belle recensioni, per le vostre parole. Stanno per nascere nuove amicizie basate sull'ammmore per i libri, nate dalla cultura, perché, si sa, chi legge ha una marcia in più. è più sensibile. 
Che bel quadretto, commovente: da incorniciare. Ma che bello.
Che bello un cazzo!

Iniziamo dall'inizio che sarà, poi, l'inizio della fine.
Non è vero che leggere rende sempre le persone migliori. Eh no, conosco merde che leggono in continuazione  (così almeno dicono): merde erano e merde son rimaste. 
Vediamo, a titolo solo esemplificativo senza pretesa di completezza, le principali caratteristiche degli adorati gruppi.

1) L'ADORAZIONE. Noterete, già dai primi attimi del vostro ingresso una strisciante e abnome adorazione per un membro del gruppo, scelto così ad minchiam, sembrerebbe. Già, ho una sorta di repulsione per l'adorazione che, di solito trasforma le persone in tappetini welcome, figuriamoci poi se basata sul nulla. E l'adorato in questione, gongola e gongola e qualunque cosa lui dica sarà cosparsa da miliardi di cuori, e di mi piace, e da un assordante oh collettivo di meraviglia. E ti vien voglia di intervenire e gridare: Ripigliatevi! l'adorato ha detto solo "sono andato in libreria" (che, volendo, ci possono andare tutti) o, al limite, ha detto "Buongiorno" che, vi assicuro è facilissimo da scrivere anche se non siete gli Unti da Sacro Signore di Facebook.

2) I SAPIENTI. Te li immagini impossibilitati quasi a vedere la tastiera perché sommersi da montagne montagne e montagne di libri. Nella tua mente li costruisci come esseri denutriti ché le parole dei libri han poche calorie, si sa. Parlano poco e quando parlano non lo fanno per interagire, ma solo per far sapere quanto la loro conoscenza sia vasta. Loro sono sentenze, verità assolute. Conoscono tutti gli scrittori del mondo, anche quelli di Marte e tutti i libri, anche e soprattutto quelli fuori catalogo e, chiaramente, anche quelli non ancora pubblicati. Un po' viene il dubbio - ma io non sono sensibile, ho già detto - che, di fatto, siano i googlatori più veloci del mondo, ma è un dubbio cattivo. Conoscono tutta la vita, compresa quell'età incerta che è la pubertà, dell'ultimo scrittore dimorante nell'ultimo villaggio della nera Africa e, naturalmente, l'hanno letto. In originale, ovviamente. 

3)LE LIBRERIE. Ci son quelli che amano le foto, niente di male per carità. Ma se chiedi loro: che libro stai leggendo? E loro rispondono postando la foto della propria libreria ti viene naturale chiederti che non abbiano capito la domanda. Allora ci riprovi e, magari, chiedi, se preferiscano la carne al sangue o di media cottura e loro postano, di nuovo, la foto della libreria, ma da altra angolazione, ti girano eccome se ti girano. E ti girano anche se pubblicano, per dire, la foto della libreria della casa al mare. E va bene che la libreria in oggetto è ordinata, in ordine alfabetico e/o per autore e/o colore e tremendamente immensa soprattutto se fai il raffronto con la tua che, allo stato attuale, ha la forma di un ammasso di scatoloni con lo scotch da pacchi di colore orribile, ma mi chiedo: è possibile comunicare per librerie? Per ripiani? 

4) I BLOGGER. In ogni gruppo degno di tale nome esiste un blogger che, veloce più di un lampo, ne approfitta per appiccicare il link della sua ultima recensione o della prima o quella che serve sul momento. Per esempio, uno dice, anche distrattamente, "pagliacco" e lui pubblica la sua recensione a Le opinioni di un clown. Oppure dici "treno" e, zac, ti vedrai subito apparire la sua recensione a Anna Karenina. Per il resto silenzio, non una parola, solo il link. Un misero link isolato che attende, impazientemente, una marea di mi piace. E io sono solidale con quel link che vive da solo non supportato dalle mani materne di una qualsivoglia argomentazione di contorno.

5)LE GARE. Subdolamente e silenziosamente nei gruppi nasce una malata competizione, un continuo affanno per raggiungere la vetta. Sì, la vetta del numero dei libri letti. C'è pure chi tiene il conto del numero delle pagine perché quando le cose si fanno, si fanno bene ovviamente. E in questa folle gara c'è chi - e garantisco sulla veridicità di quanto affermo - per non sentirsi secondo a nessuno, bara, insomma nella sua lista  di libri letti dalle ore 9.15 del 21.11.2015 alle ore 9.20 del 23.22.2016, aggiunge qua e là qualche libro non ancora letto ché, si sa, prima o poi, leggerà, quindi che differenza fa? I numeri, i numeri governeranno il mondo.

6) QUELLI CHE "LEGGIAMO, MA QUANDO SI TROMBA?" Ebbene sì, anche gli intellettualoidi dei gruppi FB hanno delle esigenze tutte carnali, chi l'avrebbe mai detto? Vi ho stupito, vero? Ma, sia chiaro, loro mica sono come gli altri. Mica vorrebbero spalmarsi nel letto con te come qualsiasi essere umano, per carità. No, loro guardano la tua testa, la tua intelligenza; a loro, menti superiori, non interessa il corpo, ma lo spirito. Loro son fatti di poesia e le vostre gambe son solo versi. E l'amplesso a cui anelano mica è fisico, no è mentale. Fidatevi. 

7)GLI SCRITTORI EMERGENTI. Diciamocelo chiaro: a loro, solitamente incompresi, bistrattati dalle case editrice -che-pubblicano-solo-quelli-famosi-ma-loro-son-più-bravi-, del gruppo e dei libri (degli altri) non gliene importa nulla. Hanno un solo pensiero dominante: parlare del loro libro. L'unico libro esistente sulla faccia della terra. E parleranno di fatica, non quella dei minatori per dire, ma la loro, e parleranno di sangue e sudore sparso, non in tempo di guerra, ma di quello per scrivere il loro libercolo, e parleranno di bellezza, non della luna, ma del loro libro. E quando, dopo tanto stalking, leggerai il loro libro e con eufemismi a tappeto dirai loro che è una ciofeca, tu per loro non esisti più. Insultano, delirano, sbraitano e, infine, spariscono. Non è magia questa?

mercoledì 5 luglio 2017

LEGGERE. PERCHÉ I LIBRI CI RENDONO MIGLIORI, PIÙ ALLEGRI E PIÙ LIBERI - Corrado Augias

Non solo pagine
Titolo: Leggere. Perché i libri ci rendono migliori, più allegri e più liberi
Autore: Corrado Augias
Editore: Mondadori
Anno: 2007
Pagine: 120
Genere: Saggio letteratura

I libri sui libri hanno sempre qualcosa di speciale perché sono un continuo rimando ad altri libri, ad altri messaggi e sentir parlare di libri da chi, del libro, ha fatto il proprio mondo è un'esperienza illuminante oltre che infinita.

"La letteratura non ha messaggi né valori morali da proporre, e quando ne ha, si tratta di cattiva letteratura. Il suo solo compito è di rappresentare la contraddittoria esperienza del tutto e del nulla della vita, del suo valore e della sua assurdità."

Un libro dev’essere l’ascia che spezza il mare ghiacciato dentro di noi” così diceva il grande Kafka. Ma, in fondo, perché si legge?  O non sarebbe meglio chiedersi perché si scrive? La scrittura è, tra le forme di comunicazione, la migliore. Ma la scrittura è anche una forma di comunicazione artificiosa e innaturale: un insieme di segni che, messi insieme, assumono un dato significato. Si tratta chiaramente di un’operazione mentale e di questa operazione mentale fa parte anche l’attività del leggere. E, quindi, per riprendere un passo di Diderot: chi sarà il padrone? Lo scrittore o il lettore? Entrambi, forse. O, invece, seguendo l’insegnamento di Umberto Eco, il vero padrone è il lettore, ossia l’interprete?  E cosa accade nel momento in cui ci si lascia andare al piacere di leggere? Quali sono i meccanismi di natura emotiva che ne nascono? Innanzitutto, la lingua è una struttura logica, ma è anche un complesso sistema emotivo atto a far sorgere sentimenti e non solo trasmettere informazioni. Leggere un testo, la lingua di un testo, è un’attività che richiede impegno, perché leggendo, vediamo e cogliamo i simboli riuscendo a vedere, non i simboli, ma le cose in sé.…
Scrittore, giornalista, conduttore televisivo, Corrado Augias, con questo piccolo libro ci apre le porte per farci entrare nel suo mondo costellato di libri. Tutto iniziò quel lontano giorno nel quale da “mediocre alunno di ginnasio” divenne uno studente interessato a ciò che leggeva. Era una mattina qualunque quando il suo professore di italiano lesse, a voce alta, un pezzo dei Sepolcri di Ugo Foscolo: quella lettura, ricca di passione ebbe la potenza di dissolvere la noia che dominava quella mattina che da qualunque, divenne speciale. In quel momento, nacque il suo amore per la lettura perché la lettura, che è atto tutt’altro che naturale, scaturisce per forza da un gesto di seduzione. Da quel folgorante inizio, l’autore prosegue nel narrare aneddoti interessanti e divertenti sulla sua vita di lettore, interessato, vorace e curioso. E in ogni pagina, in ogni vicenda descritta, in ogni citazione –alcune bellissime-viene alla luce, senza bisogno di evidenziarlo, un amore fuori dal comune per la pagina scritta.
"Lo scrittore Giuseppe Pontiggia, troppo presto scomparso, diceva: «Dobbiamo difendere la lettura come esperienza che non coltiva l’ideale della rapidità, ma della ricchezza, della profondità, della durata. Una lettura concentrata, amante degli indugi, dei ritorni su di sé, aperta più che alle scorciatoie, ai cambiamenti di andatura che assecondano i ritmi alterni della mente e vi imprimono le emozioni e le acquisizioni."
Hugo, Chandler, Sherazade, Bradbury, Chateubriand e tanti altri autori con i loro personaggi e le loro storie appaiono in queste intense pagine. Il testo è suddiviso in capitoli a seconda dei temi trattati che  vanno dalla lettura erotica, alla lettura che “fa male” e a quella che “fa bene”, per concludere con il sonetto del Belli Er mercato de Piazza Navona”., Da non sottovalutare anche gli innumerevoli spunti di lettura che obbligano quasi ad annotare, di tanto in tanto, un nome, un titolo per un “poi” che si vorrebbe non troppo lontano. Anche questa è seduzione.


Ch’er mercordí a mmercato, ggente mie,
sce siino ferravecchi e scatolari,
rigattieri, spazzini, bbicchierari,
stracciaroli e ttant’antre marcanzie,
nun c'è  ggnente da dí.
 Ma ste scanzìe
da libbri, e sti libbracci e sti libbrari.
che cce veinghen'a ffà? ccosa sc'impari
da tanti libbri e ttante libbrarie?
Tu ppijja un librro a ppanza vòta, e ddoppo
che ll'hai tienuto pe cquarc'ora in mano,
dimme s'hai fame o ss'hai maggnato troppo. 
Cche ppredicava a la Missione er prete?
«Li llibbri nun zò rrobba da cristiano:
fijji pe ccarità, nun li leggete»

20 marzo 1834 - Giuseppe Gioacchino Belli, Er mercato de Piazza Navona